
CON IL SOLE IN FRONTE…
Riduzione teatrale di Andrea Collina, dal racconto
“Il Decimo Clandestino” di Giovannino Guareschi
... SEGUE
III ATTO
Prologo
(Buio. Al buio viene montato al centro del palco un lettone con doppia rete matrimoniale e due materassi matrimoniali. Sui materassi, otto cuscini due per ogni lato. Occhio di bue sul telo trasparente. Dal lato destro del telo esce Marcella. Cammina lentamente verso la sinistra del palco. È vestita da lavoro. Ha l’aria molto stanca. Ma questo non fa cedere di un passo alla sua determinata organizzazione. La scena è tutta in buio e solo un occhio di bue illumina Marcella che cammina solo in avanti.)
Marcella: Carissima nebbia d’inverno
che avvolgi nel silenzio e nell’ombra tutte le cose,
grazie per la tua discreta amicizia,
per come avvolgi come un manto questi
miei piccoli e assonnati Clandestini,
i loro sogni interrotti e il loro sonno perduto,
in questo inferno cittadino che non vuole la vita.
Carissimo gelo d’inverno,
che chiudi le finestre del mondo curioso,
e non permetti a nessuno di chiedere,
nell’indifferenza interessarsi
a questo brulicare di vita clandestina,
rifiutata dalla durezza della nostra civiltà.
Tutto è programmato.
Tutto è previsto.
Il lunedì. Il martedì. Il mercoledì. Il venerdì e il sabato:
la fuga silenziosa verso la vita normale.
Il giovedì. La domenica: il riposo ristoratore dentro un letto
troppo piccolo e troppo affollato.
Un riposo nel silenzio,
dove anche uno scricchiolio fa raggelare il sangue.
Una vita da fuorilegge,
nel paese dove tutto è legge.
Una vita clandestina,
nel mare gelido dell’indifferenza.
Una vita nel silenzio,
nell’età dove tutto è gioia che grida.
Una vita dove non si può sbagliare.
Una vita dove non si può gridare.
Dove niente può essere sorpresa improvvisa
(si accende una luce)
E improvvisamente… Un raggio di sole appare…
Un piccolo e dolce raggio di sole…
Primo raggio di sole della bella stagione…
Qualcosa che accade.
Un improvviso Imprevisto. E tutto può cambiare…
(si accende un’altra luce e illumina sul lato sinistro del palco la Signora, vestita in una elegantissima vestaglia da notte e con in mano una spazzola, che si pettina i capelli lisci. Mentre parla continua all’inizio a spazzolarsi i capelli. Poi con delicatezza si interrompe, e tiene la spazzola in mano. Solo un occhio di bue la illumina)
Signora: Un raggio di sole appare….
Un piccolo e dolce raggio di sole…
Primo raggio di sole della bella stagione…
Qualcosa che accade.
Un improvviso Imprevisto. E tutto può cambiare…
Anche nell’immobile vita che non cambia mai.
Nulla cambia in questa stanza.
Nulla cambia dietro questa finestra chiusa.
Solo l’eterno ripetersi del ciclo del tempo che mi consuma.
L’eterno ciclo sempre uguale a se stesso.
Sempre spietatamente indifferente.
Ed io… Sempre spietatamente sola.
Questa luce rivela solo un’ombra.
L’ombra della mia vita che scorre dietro una finestra.
Un’ombra che mi assale e mi avvince.
Ombra che pervade ogni mia stanza.
E tutto davanti a me, diventa ombra.
Nulla può cambiare. Neanche per un raggio di sole.
Nulla potrà mai cambiare
nel deserto di solitudine che avvince il mio cuore.
(Si accende la luce che illumina il quadro del II atto. Dopo una pausa la Signora, guardando il quadro illuminato riprende)
Oh! Carissimo sole di Primavera,
ti prego illumina tu l’ombra della mia vita!
Fammi spalancare le imposte del buio della mia stanza!
Fammi respirare la nuova aria della natura che si risveglia!
Pallido sole di Primavera,
scaccia le ombre della mia tempesta.
Illumina e riscalda questo vecchio gelido palazzo,
e fa che possa ri-iniziare a guardare fuori,
verso i tuoi raggi, verso un mondo nuovo di speranza.
Mostrami che posso sperare,
mostrami che ho ancora qualcosa da attendere.
Mostrami che ho ancora qualcosa da amare.
Qualcosa o qualcuno che vinca
questa solitudine senza speranza
e riempia la mia vita della gioia
di una serena presenza.
Voglio affacciarmi ai tuoi raggi,
oh piccolo sole…
Dopo questo gelido inverno di solitudine,
chissà che colore avrà il cielo…
(D’improvviso si accendono tutte le luci. Dietro il telo trasparente si vedono le sagome dei nove Clandestini. La Signora si gira di scatto e guarda nel telo – che è la sua finestra - )
Signora: (gridando incollerita) Orrore!.... Orrore!.... (in crescendo)… Orrore!
Nove piccoli nasi attaccati al vetro della soffitta. E nove paia di occhi all’insù a guardare lo stesso cielo che guardo io! … (Con collera e disgusto)… Non sopporto quei diciotto occhi… (Va nell’altro lato del telo e si mette di traverso come per spiare ciò che già aveva benissimo visto)…Mi sembrano milleottocento… Occhi di invasori… Occhi di usurpatori… Occhi di traditori… Orrore!... Collera!... Tradimento…
CONTINUA...
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