venerdì 27 marzo 2009

sprazzi di passato


Da Repubblica — 12 giugno 2005 pagina 4 sezione: POLITICA INTERNA


Ferrara e Pezzotta alla veglia Cl l' astensione in marcia su Loreto

MACERATA - Alle undici di sera, mentre la «cattiveria dei tempi» provvisoriamente se ne va a dormire, i cinquantamila escono dallo stadio Helvia Recina in ordinata processione, pregando, cantando. Cammineranno tutta la notte, per otto ore e 27 chilometri, e stamani all' alba saranno arrivati, e si rifugeranno a dormire sui pullman, proprio quando la «cattiveria dei tempi» si starà svegliando per andare a votare. «E' una coincidenza», ammicca Mauro, ingegnere di Ancona, pettorina arancio del servizio d' ordine, «quindi l' ha voluta Dio». Da ventisette anni il pellegrinaggio a piedi Macerata-Loreto, inventato da un professore di religione, Giancarlo Vecerrica, che oggi è vescovo di Fabriano, si svolge nella notte del primo sabato dopo la chiusura delle scuole. Ma quest' anno la suggestiva notte dei pellegrini coincide con la vigilia di un voto speciale: un voto venuto a portare la spada. Non è una veglia elettorale anomala, tantomeno un comizio astensionista a tempo scaduto, del resto non ce ne sarebbe bisogno: «Se cerca con pazienza, qui ne troverà forse dieci che vanno a votare», il ciellino Paolo di Milano sfida il cronista, ma è una sfida già vinta in partenza. Anche l' ex alpino Enrico di Ancona, il più titubante fra decine di interpellati, che oltretutto avrebbe il fisico per passare dal seggio anche dopo una notte di marcia, ha scelto di inchinarsi al volere dei vescovi: «Pensavo di andare a votare no, ma se la Chiesa dice così avrà le sue ragioni». E' un incontro di preghiera, certo: c' è la messa officiata dal patriarca di Venezia, quell' Angelo Scola che è il «cardinale di Cl» e qui dunque è di casa perché sono ciellini i promotori dell' evento: monsignore non fa scivoloni elettorali, neppure nell' omelia, neppure approfittando del fatto che quest' anno il pellegrinaggio prega in particolare «perché la vita sia sempre tutelata». C' è la Virgo Lauretana in trasferta speciale, la veneratissima figurina nera oggi è Madonna pellegrina anche lei, portata fin qui non più dalle ali degli angeli come nella traslazione del 1291, ma dalle braccia dei sottufficiali dell' Aeronautica, suoi devoti. «Siamo qui per adorare», ripetono i cerimonieri. Ma non può essere un altro caso divino che nel prologo alla liturgia siano stati invitati a parlare alla folla dei fedeli due protagonisti del dibattito politico, il segretario Cisl Savino Pezzotta e il guru dei teo-con italiani Giuliano Ferrara. Dovrebbero commemorare i due grandi scomparsi di questo 2005: don Giussani e papa Wojtyla. Entrambi rispettano a fatica la consegna, Pezzotta concedendosi un affondo contro la «falsa scienza» e la «tecnologia manipolante», Ferrara con l' abituale gigioneria: «C' è un piccolo argomento, di cui questa sera non posso parlare e non ne parlerò». Chissà se, potendo, l' avrebbe affrontato con le stesse parole dell' editoriale del Foglio di ieri: «Non andate a farvi fottere». Ma l' accenno guascone al referendum è più che sufficiente, i cinquantamila esplodono, in prima fila una mezza dozzina di vescovi e cardinali applaudono ridendo l' ateo-devoto che dall' altare conclude: «Io non credo, ma credo nella libertà di credere». Al tramonto il tenore Zingarello intona il «Nessun dorma»: è il segnale che si parte. Sacerdoti in stola viola si preparano a confessioni ambulanti. I pellegrini che arriveranno fino in fondo, con l' aiuto di cinquantamila bustine di zucchero, godranno dell' indulgenza papale. Potrebbe sembrare quasi un' espiazione preventiva per il paventato peccato di quorum. Invece è un' altra cosa. E' l' affermazione visibile di una Chiesa che «non vuole essere ingenua»: lo ha appena detto dall' ambone il cardinale Scola. «Lo pensano di noi molti fratelli», ma sbagliano: non siamo «comodi vagabondi», ma pellegrini consapevoli. «Umili», però militanti. Forse un po' amareggiati dalla «cattiveria dei tempi» che li circonda: l' espressione presa in prestito a Charles Péguy ricorre ben quattro volte nel breve biglietto che don Julian Carron, l' erede di don Giussani, ha fatto mettere nelle tasche di tutti i pellegrini come viatico per le riflessioni notturne. Chiesa militante proprio perché minoritaria: «Basta vedere le nostre chiese ogni domenica», ammette Andrea Collina, giovane procuratore legale di San Benedetto del Tronto, addetto a spingere uno degli altoparlanti su rotelle, alimentati da batterie d' auto, che riempiono di misteri gaudiosi e benedizioni la valle silenziosa del Potenza. E quelle folle immense davanti al feretro del papa? «Nove persone su dieci non capivano perché erano lì». Minoritari senza illusioni, dunque, ma anche senza angoscia, anzi quasi con sollievo: «Con questo referendum si vedono le cose più chiare. L' Italia è divisa in due. Non tra laici e cattolici, neppure tra destra e sinistra: quelle sono distinzioni vecchie, e sono saltate tutte per aria. La differenza vera è tra giacobini e non giacobini. Fini, ad esempio, è di destra e cattolico: ma è un giacobino». Chiesa militante, Chiesa-partito che non dà più deleghe a nessuno; minoritaria, orgogliosa, anche orfana, ma questo le dà ancora più forza: «Per la prima volta non c' è Gp con noi», grida Rita dell' associazione «Papaboys», Gp sarebbe Giovanni Paolo II, «ma grazie a lui viviamo con gioia e radicalità il Vangelo, non abbiamo paura di nulla e nessuno ci farà tacere». E' una bella metafora lo strano cambio della guardia di quest' alba elettorale, in questi due cortei che non s' incontreranno, il pellegrinaggio devoto dei credenti nel nuovo non expedit e il pellegrinaggio laico dei cittadini alle urne. Vinca chi vinca, il voto o il non - voto, qualche cosa sembra essere già successa e celebrata, stanotte, dal lento scalpiccio di migliaia di passi devoti illuminati dalle fiaccole. Il volontario Mauro: «Se domani ci sarà il quorum, pazienza. Avremo almeno dimostrato che la Chiesa esiste, fa parte della realtà». - DAL NOSTRO INVIATO MICHELE SMARGIASSI

mercoledì 4 marzo 2009

L’ombra del vento di Carlos Ruiz Zafòn




Ho letto il consigliatissimo e a quanto pare vendutissimo romanzo del Barcellonese Carlos Zafòn.
Zafòn scrittore barcellonese. Non a caso quest'appellativo perché se c'è un dato che emerge prepotente dalle pagine di questo "book thriller" sono proprio gli odori, gli scorci e le atmosfere della Capitale catalana, che in ogni capitolo fa non solo da sfondo alle azioni del protagonista, ma quasi l'accompagna partecipe dei suoi drammi adolescenziali ed esistenziali. Per chi è stato a Barcellona, o per chi desidera andarci, per chi apprezza la grande Capitale catalana, sicuramente ha potuto gustare molte pagine di questo libro e ha potuto apprezzare questa vera protagonista del Romanzo. 
Una città che sorveglia e accompagna con le sue atmosfere, le affannose vicende dei protagonisti nell’arco di più di trent’anni. Che ha assistito all’orrore della Guerra Civile Spagnola, che ha saputo far dimenticare gli orrori e che sa far fremere tra le sue vie, la pulsione di uno spirito libertario che mai si sopisce anche nel retrivo regime franchista che, negli anni scelti per l’ambientazione della traccia principale del romanzo, stava consolidando il proprio sistema di potere “tradizionalista” ultraquarantennale. Una Barcellona, avvincente e affascinanate. Una Barcellona che consacra le sue Ràmblas, il suo Porto, i suoi palazzi signorili della Gran Via. Una Barcellona che si commuove di fronte al Grande Cimitero del Montjuic. 
Una Barcellona priva però del suo segno più grande. Priva dell’unico segno che l’ha resa famosa in tutto il mondo. Una Barcellona priva della Sagrada Famiglia, il grandioso tempio espiatorio che – paradossalmente proprio negli anni in cui è ambientato gran parte del romanzo – viveva il suo momento di grande esposizione al mondo, con la conclusione delle prime opere progettate e realizzate dal grande Gaudì e dai suoi successori. Una Barcellona senza la Sagrada Familia. Come una Parigi senza le guglie di Notre Dame o una Londra senza l’Orologio di Westminster. 
È una Barcellona, infatti, quella che emerge, dalle pagine del romanzo di Zafòn, che proprio dalla sua tradizione cristiana, cerca silenziosamente di staccarsi. Una tradizione cristiana che, strumentalizzata dall’ideologia franchista, incomincia ad essere invisa dalla popolazione. Ai ritratti dei personaggi di Zafòn capita di indugiare proprio su tali particolari, volti a sottolineare l’aspetto devozionista, gretto, e superficiale della religiosità tradizionale, oppure l’aspetto oppressivo e violento della famiglia tradizionale, in cui pii e devoti mariti, sfogano le proprie frustrazioni su mogli sottomesse e lasciate sole dall’indignato giudizio del “popolino” cristiano. Ed in questo contesto, in cui permane il clichè spagnolo di una cristianità alla fine sempre oscura e un po’ contro l’uomo (giudizio infatti che deve per forza censurare quel capolavoro alla novità e alla gioia cristiana che è la Sagrada Familia!), emergono le figure positive di giovani disinteressati ed un po’ nichilisti, che inseguono il Bello e l’Amore senza troppe domande; adolescenti già maturi per affrontare con gli adulti le circostanze della vita (sia esso un mistero bibliografico, che un’esperienza sessuale); oppure emerge l’umana simpatia di un vecchio anarchico miscredente, che come tutti gli anarchici utilizza tutta la realtà per affermare il proprio brioso e smisurato io; oppure emerge – sommessamente, ma prepotentemente – un altro tipo di umanità e di religiosità: una religiosità laica, che si nutre della sapienza dei Libri. Di tutti i Libri. Di ogni Libro, che vale la pena di salvare di fronte alla pazzia dell’uomo e all’ignoranza del regime tradizional-franchista. Un culto del libro e del romanziere. Un passione per la cultura che deve essere conservata e salvata ad ogni costo, perché è l’unico strumento di liberazione dell’uomo dalle catene dell’oppressione tradizionalista. Il libro come strumento “magico”, capace non solo di descrivere un autore, ma di generare esso stessa una vita nel lettore
È proprio in questo intreccio a spirale tra vita dell’autore e vita del protagonista – nel quale nasce spontaneo il pensiero che lo stesso Zafòn abbia intenzione di far rivivere nel lettore la stessa esperienza che sta leggendo –, questa vita vera che nasce dalla vita scritta sulle pagine di un libro, sta il messaggio affascinante del romanzo. Un fascino che però, lascia un tratto di inquietudine. Un tratto finale di amarezza. La religione dei Libri, che sostituisce la religione della Tradizione, la religione del Popolo. Una religione del Libri che ha i suoi sacerdoti (I Librai), ha i suoi cimiteri (Il Cimitero dei Libri Dimenticati, immagine speculare del più volte richiamato Cimitero del Montjuic), che ha i suoi profeti avventurosi (Juliàn Carax) e i suoi discepoli affascinati (Daniel e Beatriz). Un intreccio e una spirale, nel quale continuamente (anche nella tecnica di scrittura che non ha nulla da invidiare con Dan Brown e gli sceneggiatori migliori di Hollywood), racconto e vita dei protagonisti si intrecciano. Una dinamica a spirale che (anche con una evidente forzatura finale...), fa terminare l’azione dei protagonisti, là dove l’azione iniziale dell’autore era incominciata e fa terminare il racconto esattamente là dove era iniziato: al Cimitero dei Libri Dimenticati, con un padre e un figlio, mano nella mano.
Ma, a parte le elucubrazioni di cui sopra, il miglior commento al romanzo di Zafòn mi sembra fornirlo con alcune pagine di un libro, che ho letto in contemporanea con questo. Una storia che ho scoperto avere molti punti di contatto con l’Ombra del vento. “Il Libraio” di Michael D. O’Brien, il canadese ("redivivo Benson"), autore di quel meraviglioso ed inquietante romanzo apocalittico che è “Il Nemico”.
Una storia che ho scoperto (il caso o di più un piccolo disegno divino!) ha come ambientazione anche qui la bottega di un Libraio negli anni Quaranta. Non nella appena pacificata e misteriosa Barcellona, ma nella Varsavia assediata e distrutta della Seconda Guerra Mondiale. Continuando nella lettura mi sono accorto poi, che anche un altro tema accomuna questa storia al romanzo di Zafòn. L’amore per i libri. Il valore dei libri e della vita che essi portano. Il valore della parola. Il valore della cultura, quando questa viene minacciata. Ma, ancora più in profondità il valore o il disvalore che può venire veicolato dalle pagine di un libro. E ancora di più il giudizio che bisogna dare su di un libro. O ancora su quale criterio basare la scelta di un libro da leggere e da proporre 
Vi invito pertanto alla lettura di queste pagine che ho trascritto dal Romanzo di O’Brien, perché sono convinto che può gettare un sasso in uno stagno. E può far approfondire il giudizio su ciò che emerge dal romanzo di Zafòn.

Da “Il Libraio” di Michael D. O’Brien

"Indicando la pila più grande, Pawel fece: «La chiami “i confini”: perché quel nome?»
«È il territorio che corre tra i poli della saggezza e della follia», rispose seriamente David. 
Aveva collocato Shakespeare, Thomas Mann e Sigrid Undset in un sottogruppo della pila, definendolo (con un veloce sorriso) «la casa dei Gentili giusti»; mentre Sigmund Freud, un ebreo, l’aveva posto nel gruppo denominato «la casa degli sciocchi astuti». Aveva anche denominato un gruppo più piccolo «la casa del sitra ahra». (Sitra ahra è nella tradizione rabbinica tutto ciò che viene dal regno del Maligno da Satana Nd.R.)
Pawel si inginocchiò ad esaminare i libri sotto questa categoria: su di essi non sapeva pressoché niente. Si trattava perlopiù di spiritualità e teorie psicologiche.
«Come fai ad essere così sicuro che vengano dall’altra parte?», domandò Pawel.
«Ci sono dybbuk all’opera in quegli scritti».
«Che cos’è un dybbuk?».
«Uno spirito maligno».
«Devi stare attento nell’affermare che uno spirito maligno stia influenzando un uomo solamente perché non concordi con le sue idee. Magari in quelle sue idee si può scovare del vero».
«Sì, lo si potrebbe. Uno non offre un dono mortale al proprio nemico avvolto in una confezione con su scritto menzogna, veleno, inganno. Uno avvolge il dono mortale in una confezione attraente, su cui leggi amore, pace, unità».
Pawel estrasse uno dei libri e si mise a sfogliarlo. Attratto da alcune ricghe, si fermò a leggere una pagina, eppoi un’altra.
«Il tuo sguardo è turbato Pan Tarnowski. Che cos’è?».
«Una poesia».
Pawel lesse in silenzio tutto il testo.
«Puoi declamarla per me?» chiese il ragazzo.
«Non sono sicuro che l’apprezzeresti. È come guardare una palude, i suoi simboli sono confusi».
«In che modo?».
«L’autore dice che nell’esistenza sono presenti due forze primarie ed entrambe sono demoni-dei, gli Alberi della Vita e Eros – ed entrambi una commistione di bene e male. Chiama l’Albero della Vita «Colui che cresce», mentre Eros «Colui che arde». Eros ha forma di fuoco, getta luce consumando, distruggendo. Bene e male sono uniti nella sua fiamma. Bene e male sono uniti nell’Albero della Vita nel processo di crescita».
Il volto di David si contorse di disgusto.
«Non c’è che un Albero della Vita» esclamò «la Torah! In essa non c’è male.».
«A quanto pare l’autore non è del tuo stesso parere. Sembra affermare che non troveremo la felicità finché l’albero della vita e l’albero della conoscenza del bene e del male non saranno integrati in noi».
«Il male integrato in noi? Questo è ridicolo!».
«C’è dell’altro: un inno a un qualche essere soprannaturale».
Quando Pawel ebbe finito la sua lettura silenziosa, alzò lo sguardo.
«Costui crede che il dio più eccelso contenga nella sua divinità sia Geova sia Satana in egual misura...».
David si coprì le orecchie. «Basta! È un abominio. Non posso sopportare!».
«Sì, certo; hai ragione, è davvero un’idea orribile, ma è solo una poesia».
Il ragazzo espirò.
«Le parole hanno potere» disse intensamente. «Possiedono una vita propria; spostano la bilancia del mondo»..
Pawel rifletté su questo, perso a fantasticare per qualche istante.
«Sei un giovane uomo davvero insolito».
David lo fissò perplesso. Accigliatosi indicò la pila. Parlando lentamente disse: «Pensi così solamente perché so fiutare un veleno? Naturalmente non so molto dei disegni dei dybbuk, ma quest’uomo desidera abolire le distinzioni tra bene e male. Ritiene egli che essi siano le immagini riflesse di qualche ultimo potere divino?»
«Parrebbe di sì».
«Pan Tarnowski, questa è un’idea che ha la sua origine nell’altro lato. A loro piacerebbe farci credere ciò così da facilitargli il lavoro».
«Il lavoro?»
«Distruggerebbero in noi quel che rimane della somiglianza col Tutto-Santo, che perdemmo con la caduta dei nostri progenitori. Quest’autore desidererebbe rovesciare la Caduta dell’Uomo? Non succederà». A questo punto David Schäfer additò la pila del sitra ahra con l’autorità di un rabbino: “È verso una nuova Caduta dell’Uomo che ci condurrebbero costoro».
«Ad ascoltare simili pensieri dalla tua bocca è come se sentissi l’anima di un uomo anziano parlare dalle labbra di un bambino». pagg. 150-152
....
"Lo sguardo di David – serio, riflessivo, compassionevole – era fisso sugli occhi di Pawel.
Pawel inspirò all’improvviso e si raddrizzò. Schiarendosi la gola, batté l’indice sulla Cabala.
«Dicevi che l’hai letto?».
«Sì» annuì David. «È un peccato per il quale provo molta vergogna. Mio padre mi proibì di leggerlo, ma io lo feci in segreto, perché ero sedotto dal suo fascino. È stato un atto di disobbedienza. Avrei semplicemente dovuto credere a mio padre, perché scoprii che aveva ragione, e adesso nella mia mente ci sono certe immagini e parole che non mi piacciono. Bisogna che lotti contro di esse, soprattutto quando sono molto affaticato. In momenti simili sono vulnerabile alla paura».
«Dicevi che vi si trova della saggezza».
«Vi è del buono, ma anche le seduzioni del nemico. Racchiude veleno avvolto nell’attraente confezione del misticismo».
«Credi dunque che ci siano un misticismo buono ed uno cattivo?».
«Sì, naturalmente».
«E che succede se il cattivo misticismo viene avvolto in un bello stile?»
«La risposta è ovvia» rispose con un’alzata di spalle. «Si tratterebbe del veleno più pericoloso di tutti».
«Come possiamo conoscere qual è dei due?».
«Non penso sia tutto un caso di conoscenza: ci sono certi segni nel testo, e questo è dominio della conoscenza; ma più importante ancora, dobbiamo pregare di avere la sapienza, che è dominio dello spirito».
«Non smetti mai di stupirmi» disse Pawel, scuotendo il capo.
«Anch’io, Pan Tarnowski, sono sempre sorpreso da te». David fece una pausa: «Non ti capisco. Perdonami se te lo dico«.
«Sono io sitra ahra
David aveva l’aria confusa.
«Certo che no. Perché mi fai una domanda simile?»
«Non so bene perché l’ho chiesto».
«Non è uno dei vostri commentatori a dire che “tutti gli uomini hanno peccato e rapidamente sono caduti dalla gloria dell’Altissimo”? Questo detto è vetro. Anch’io ho peccato di disobbedienza, sebbene – siano rese grazie al Tutto-Santo – sono stato preservato da altre azioni nelle quali l’umanità cade sovente».
Disse questo candidamente, senza compiacimento.
«Eppure sono come qualsiasi altro uomo» aggiunse. «Potrei compiere quelle cose».
Rifletterono su questo senza ulteriori commenti; più tardi salirono sopra e David gli mostrò la selezione del giorno.
«Che faremo col cattivo misticismo?» domandò Pawel.
«Lo chiedi a me? Quei libri sono tuoi».
«Pensavo che potessi avere qualche suggerimento».
«Ritengo che dovremmo bruciarli assieme agli altri di questa pila».
«Stiamo diventando come i nazisti?».
«Loro bruciano i libri perché odiano la verità. Noi distruggiamo un libro perché amiamo la verità. Ma questo solo dopo riflessione giudiziosa, solo quando risultasse chiaro che il libro contiene un veleno mortale».
«Non sono sicuro che tu mi abbia convinto» fece Pawel.
«Un libro è una parola detta nella creazione. Il suo messaggio esce per il mondo, non lo si può riportare indietro».
«Eppure ogni libro compie una qualche opera no? Qualcuno un’opera grande e altri invece una più piccola; ad alcuni male, ad altri bene e così via. Compiono tutti un lavoro, ed è così che cresce la civiltà».
«Ma se un libro è una parola falsa, essa è seme di distruzione all’interno della civiltà. È sbagliato porre fine alla sua opera?».
«Dimmi, David Schäfer, pensi che dovremmo bruciare l’autobiografia di Hitler?».
«Questa è una domanda difficile. Credo che forse la si dovrebbe conservare, giacché in futuro bisognerà capire perché i nostri tempi furono quello che sono».
«E che ne è della Cabala? Non ha niente da insegnarci della vita ebraica? Se cominciamo a bruciare tutti i libri che contengono alcune cose non vere, non smetteremmo mai di bruciare».
«Quel che dici non è falso, e magari in un mondo laddove la gente desiderasse la verità, sarebbe possibile leggere queste cose e non essere da loro condotti nelle tenebre; ma noi viviamo in un tempo che ha smarrito la ragione. Dovremmo dare loro del veleno nelle condizioni in cui sono?».
«Mettiamo via dunque questi libri per un periodo migliore della storia» disse Pawel.
«Certi li distruggerei comunque. Possono far ammalare l’anima in qualsiasi epoca».
Era una notte particolarmente fredda, col vento che soffiava aspro da nord-est. Presero una bracciata di materiale giù nella caldaia e gettarono alcuni volumi tra i carboni accesi.
«Sono un libraio» borbottò Pawel a disagio. «È il mio lavoro salvare i libri».
«Posso apportare una correzione, Pan Tarnowski?» disse umilmente il ragazzo.
«D’accordo, apporta la tua correzione».
«Se posso così dire, il tuo lavoro è salvare la verità. Se tu fossi mai stato tormentato da dybbuks, non esiteresti a bruciare questi. Ho incontrato persone dalle menti infrante e le anime infestate che avevano pensato di poter giocare con siffatte materie e rimanere incolumi. Non possiamo pensare a queste fiamme come ad un modo di trarre il bene dal male? Questi libri servono il nemico, attraggono le anime nell’oscurità. Noi li abbiamo posti ad un servizio migliore. Per un po’ daranno calore a coloro che ricercano la saggezza tra i tuoi scaffali».
Pawel lampeggiò un’occhiata al ragazzo: «Punto per te» mormorò". Pagg. 280-283”

Cosa si può aggiungere a ciò, se non tutta una serie di domande che mi propongo e vi propongo per uno spunto di lavoro.

È giusto bruciare un libro?
È giusto scegliere e farsi guidare dalla propria tradizione nella scelta di una lettura o è più vero aprirsi ed aprire le proprie conoscenza ad ogni tipo di lettura?
Come si chiede David «Ma se un libro è una parola falsa, essa è seme di distruzione all’interno della civiltà. È sbagliato porre fine alla sua opera?»
Nel romanzo di Zafòn, viene veicolato un messaggio vero sull’uomo, sulla sua condizione e sulla sua storia?
In base a cosa giudichiamo ciò che è vero e ciò che è falso?
C’è stata un’epoca in cui uomini di Chiesa hanno incominciato a bruciare libri ritenuti indegni della formazione cristiana (in realtà pochi casi e in maniera esemplificativa, senza distruggere completamente copie dei libri bruciati, ma solo come monito che la dottrina contenuta in quei libri non era conforme all’ortodossia cristiana). Ma c’è stata un’altra epoca, anche più oscura, in cui soltanto gli uomini di Chiesa (monaci e religiosi) salvavano dalla distruzione libri (anche pericolosi per la formazione cristiana) e hanno permesso che la cultura antica fosse ricordata e che fiorisse anche un nuovo tipo di cultura (umanesimo). Quale posizione è più giusta di fronte alla trasmissione della cultura e al proliferare di testi che hanno come obiettivo dichiarato o comunque indiretto il porre discredito sulla tradizione della Chiesa Cattolica e sulla sua posizione nella vita?

Andrea Collina

lunedì 2 marzo 2009

Sulla dissertazione dell’on. Roberto Benigni, in tema di Amore




Lo scorso lunedì 16 febbraio, nell’immancabile annuale “calderone mediatico” che è il Festival di San Remo, di fronte a quindici milioni di paia di occhi italiani, assonnati e annoiati a guardare la tv in una fredda serata di fine inverno, il grande predicatore laico dei nostri giorni, Roberto Benigni, figlio della migliore tradizione europea e italiana dei predicatori ambulanti che, un po’ giullari e un po’ profeti, già dal medioevo affascinavano i popoli d’Italia, inserendosi prepotentemente, con una parola giudicata universalmente decisiva, in una polemica sulla natura dell’Amore e sul rispetto dell’amore omosessuale, nel tentativo retorico e incalzante di “sponsorizzare”, con la sua alta cultura, la legittimazione storica e culturale dell’amore omosessuale che “esiste da migliaia di anni” e che ha prodotto “grandi esempi di umanità di Bellezza e di Arte“ (cito a memoria), dopo un passaggio drammatico e serioso sulla persecuzione degli omosessuali nei lager nazisti, ha concluso il suo “sermone” con una citazione tratta da una lettera che lo scrittore dandy Oscar Wilde scrisse dal Carcere di Reading, in Inghilterra, nel quale era stato incarcerato e torturato per essere omosessuale, nel quale il grande scrittore inglese (modello della vita giocosa e sprezzante oggi molto di voga), si rivolgeva al suo amato Bosie (al secolo Lord Alfred Douglas) con parole di eterno amore, che la barbarie dell’uomo non poteva mai reprimere anche da dentro il carcere. 
Vorrei evitare, ancora una volta, di essere preso in giro dall’atteggiamento gramsciano della cutura dominante di mistificare qualunque cosa per portare avanti i propri messaggi di cambiamento della società (che in questo caso sarebbe: “l’amore omosessuale è uguale all’amore eterosessuale, anzi, da un certo punto di vista è più puro, più bello, più portato a sentimenti sublimi, poi ognuno la pensa come vuole, ma nessuno e soprattutto la Chiesa Cattolica non può imporre la propria visione del mondo”) e vorrei puntualizzare alcune questioni, rispondendo idealmente alla dissertazione di Roberto Benigni, perché in questo caso, il nostro caro poetico giullare (che io stimo per la sua fedeltà alla sua Tradizione, contadina, cristiana e socialista) ha citato (o ha voluto citare) a sproposito (forse era meglio per lui leggere qualche passo di Dante sul punto…) Oscar Wilde e la sua lettera d’Amore e sull’Amore.
Innanzitutto l’esempio della persecuzione a Wilde, che è stato incarcerato per una legge inglese che solo da pochi anni è stata abrogata, è già un paradosso rispetto al messaggio che (non direttamente Benigni, ma il tutto il mondo hobbistico che gli sta attorno, associazioni omosessuali in testa) ha voluto trasmettere con la citazione. Wilde non è stato imprigionato in un qualche carcere dell’oscura Inquisizione spagnola o romana, o in un qualche convento di oscuri monaci repressivi (anticipatori delle eresie lefevriane); non è stato scomunicato da qualche papa o da qualche vescovo corrotto o incartapecorito. Wilde è stato incarcerato per essere omosessuale, nella moralista, protestante, antipapale e anticattolica Inghilterra di fine XIX secolo. Un paese nel quale proprio negli anni in cui Wilde si trovava e Reading, esportava nel mondo le idee di Darwin, di H.G. Wells, di G. B. Shaw, di Conan Doyle, e reprimeva nel sangue le aspirazioni di libertà dei popoli delle colonie e della colonia “cattolica” d’Irlanda. Un paese, retto e governato secondo i saldi e inderogabili principi della Massoneria, che proprio in quegli anni stava preparando il substrato del sovvertimento dell’ordine europeo, attraverso la scomparsa delle ultime grandi entità sovranazionali basate sul cristianesimo (l’Impero Russo e quello Austro-Ungarico) e la sostituzione con un nuovo ordine delle Nazioni rette dalla Ragione, tutti fatti poi verificatisi con la Prima Guerra Mondiale. Un Paese basato sui principi borghesi del profitto, dell’utilità, del capitale, della riuscita, dell’uomo brillante, nella società e dentro la famiglia. Un Paese che dopo trecento anni di violenta abiura del Cattolicesimo, iniziava proprio negli anni in cui Wilde marciva perché omosessuale in una galera, stava costruendo la contemporanea religione laica che sostituiva ai breviari i giornali quotidiani, alle messe, gli eventi sportivi, alle chiese i musei, insomma tutto ciò che caratterizza l’attuale società che ogni giorno vediamo davanti ai nostri occhi. Quell’Inghilterra imperiale che distruggendo ogni morale basata su Dio, costruiva la sua morale basata sull’uomo. Questa era l’Inghilterra che nel 1897 imprigionò Oscar Wilde, perché omosessuale. La stessa Inghilterra che contro la Chiesa Cattolica stava costruendo le sue Chiese senza Dio che oggi si inchinano alle colte citazioni dell’omosessuale Wilde, dimenticandosi che proprio i loro antenati, e non degli ignoranti, pazzi fanatici nazisti avevano imprigionato il loro idolo gay! 
La lettera citata dall’on. giullare Roberto Benigni, non può non essere lettera alla luce di un’altra lettera scritta dal medesimo Wilde nel 1897 dopo due anni di prigionia a Reading allo stesso amante, alla fine del suo periodo di prigionia, nel quale il beneamato autore, ricostruisce tutta la sua vicenda omosessuale, la giudica, e ne discute con il suo sodale. Nessuno, a parer mio (se non qualche devoto fan di Oscar Wilde), conosce la lettera citata dal Benigni in mondovisione. Tutti conoscono questa lettera, perché questa lettera è pubblicata da 50 anni con un titolo inequivocabile “De profundis”. “Dal profondo”. Sì, perché questa lettera proveniva dal profondo di quell’inferno che era il carcere di Reading, dal profondo dell’anima di Oscar Wilde, che “all’amato” Bosie, si rivela in tutta la sua Verità, in tutta la sua drammatica complessità. È stata citata la prima lettera, di Wilde all’amante come esempio solare, profondo, di un amore omosessuale che si mantiene vivo nonostante la prigionia inflitta da un sistema ingiustamente repressivo. È stata citata, questa lettera come testimonianza di un uomo che non ha paura di rivelare al mondo, nonostante il carcere, il proprio orgoglioso amore omosessuale. È stata citata, questa lettera, come risposta polemica e poeticamente documentata ad una canzonetta del Festival di San Remo che racconta la storia di un ragazzo che dopo esperienze omosessuali, scopre che il vero amore della sua vita è nei confronti di una ragazza e, lucidamente e drammaticamente, ripercorre tutta la sua vita e le ragioni della sua condotta. 
È stato utilizzato Oscar Wilde per dimostrare al mondo che “loro avevano ragione”, mentre quel cantante e ognuno che la pensi diversamente da loro avevano torto. Peccato, che in disaccordo con loro (Benigni, Grillino e compagnia ossequiosamente cantante), fosse lo stesso Oscar Wilde nell’ultima lettera che scrisse all’amante, il De Profundis, appunto. Ecco alcuni passi di tale ultima lettera che dicono “qualcosina” di diverso dal messaggio lanciato da Benigni e che clamorosamente sembra ripercorrere quanto descritto dalla canzoncina tanto aspramente criticata.
“Anche io avevo le mie illusioni. Pensavo che la vita fosse una brillante commedia, e tu uno dei suoi molti eleganti personaggi. Mi accorsi che era una tragedia rivoltanted e repellente, e che la sinistra occasione della grande catastrofe, sinistra nella concentrazione del fine e nell’intensità della forza di volontà, eri tu stesso, spogliato di quella maschera di gioia e di piacere dalla quale, non meno di me, eri stato ingannato e fuorviato”.
“Stanco di essere sulle cime scesi di proposito negli abissi in cerca di nuove sensazioni. Quello che il paradosso era nella mia sfera del pensiero, la perversione lo divenne nella sfera della passione. Il desiderio, alla fine, si trasformò in malattia, o pazzia, o tutt’e due. Non m i curavo più delle vite degli aaltri. Prendevo il piacere da dove mi garbava e passavo oltre. Dimenticai che ogni piccola azione di tutti i giorni fa o disfa il carattere, e che quindi quello che si è fatto nel segreto di una stanza un giorno o l’altro si dovrà gridare a gran voce dal tetto. Cessai di essere Padrone di me stesso. Non ero più Capitano della mia Anima, e non lo sapevo. Permisi a te di dominarmi e a tuo padre di spaventarmi; finii in un orribile disonore. Per me c’è una sola cosa adesso, l’umiltà assoluta: così come c’è una sola cosa per te, nuovamente l’Umiltà assoluta”.
“Tutto ciò che Cristo ci dice con un piccolo ammonimento è che ogni momento dovrebbe essere bello, che l’anima dovrebbe sempre essere pronta per la venuta dello Sposo e sempre attendere la voce dell’Amato... Cristo, attraverso qualche divino istinto che è in lui, sembra aver sempre amato il peccatore come possibile punto di massima vicinanza alla perfezione dell’uomo... Ma in un modo che il mondo ancora non comprende, egli considerava il peccato e la sofferenza belli in se stessi, cose sacre e espressioni della perfezione... Naturalmente il peccatore deve pentirsi. Perché? Semplicemente perché non riuscirebbe a rendersi conto di quello che ha fatto. Il momento del pentimento è il momento dell’iniziazione. E ancor più, è il momento per mezzo del quale si cambia il proprio passato”.
“Ringrazio Dio ogni giorno di avermi dato altri amici diversi da te. Devo loro ogni cosa. Gli stessi libri che ho nella mia cella sono stati pagati da Robbie, con i suoi soldi. Verranno dalla stessa fonte i vestiti per quando sarò rilasciato. Non mi vergogno di accettare una cosa che viene donata dall’amore e dall’affetto. Ne sono orgoglioso. Ma pensi mai a ciò che i miei amici come More Adey, Robbie, Robert Sherard, Frank Harris e Arthur Clifton hanno significato per me nel darmi conforto, aiuto, affetto, comprensione e via dicendo? Credo che non ti sia mai venuto in mente”.
“Una faccia di bronzo è una cosa importante da mostrare al mondo, ma di tanto in tanto, quando sei solo e non hai pubblico devi, suppongo toglierti la maschera, se non altro per respirare. Credo, altrimenti finiresti soffocato”.
“Ricordo, mentre ero seduto sul banco degli imputati, in occasione del mio ultimo processo, di aver ascoltato la spaventosa denuncia che Lockwood fece di me – quasi un passo di Tacito o un brano di Dante, una delle accuse di Savonarola contro i Papi di Roma – e di essermi sentito disgustato per l’orrore di ciò che avevo sentito. All’improvviso mi venne in mente: «Sarebbe bellissimo se fossi io a dire tutte queste cose di me!». Allora compresi di colpo che quello che si dice di un uomo non è nulla; quello che conta è chi lo dice. Il momento più nobile per un uomo è, non ho alcun dubbio, quando si inginocchia nella polvere, si batte il petto e confessa tutti i peccati della propria vita”.
“Tuttavia sono consapevole ora che dietro tutta questa Bellezza, per quanto sia soddisfacente, c’è nascosto qualche Spirito di cui le figure e le forme dipinte non sono che maniere di manifestarsi, ed è con questo Spirito che desidero essere in sintonia. Mi sono stancato delle espressioni articolate degli uomini e delle cose. Il Mistico nell’Arte, il Mistico nella Vita, il Mistico nella Natura: questo è ciò che cerco e posso trovarlo nelle grandi sinfonie della Musica, nell’iniziazione al Dolore, negli abissi del Mare. È assolutamente necessario per me trovarlo da qualche parte”.
“Ciò che è davanti a me è il mio passato. Devo costringermi a guardarlo con occhi diversi, a farlo guardare a Dio con occhi diversi. Questo non posso farlo ignorandolo, sprezzandolo, lodandolo o rinnegandolo. Posso farlo soltanto accettandolo pienamente come una parte inevitabile dell’evoluzione della mia vita e del mio carattere: chinando il capo di fronte a tutti ciò che ho sofferto... E per quanto incompleto, imperfetto io sia, tuttavia tu puoi avere ancora molto da imparare da me. Tu venisti da me per imparare il Piacere della Vita e il Piacere dell’Arte. Forse sono stato scelto per insegnarti qualcosa di più splendido: il significato del Dolore e la sua bellezza. Il Tuo affezionatissimo amico Oscar Wlide”
Per la cronaca il caro amatissimo “Bosie” (Alfred Douglas), non lesse mai tali ultime parole, perché distrusse la lettera dopo aver letto solo poche righe all’inizio. Fortunatamente, il citato amico Ross aveva consegnato a Lord Douglas solo una copia e nel 1909 affidò l’originale della lettera al British Museum, con la condizione che non doveva essere pubblicata prima di 50 anni.
La vicenda giudiziaria di Wilde partita con una denuncia per diffamazione fatta da questi al padre di Lord Alfred, per averlo insultato in un bigliettoni era conclusa con una condanna a due anni di carcere duro per “sodomia”, con conseguente rovina sociale ed economica: i suoi libri scomparvero dalle vetrine, le commedie dai cartelloni, i suoi beni furono venduti all’asta per pagare le spese del processo, i figli furono sottratti dalla sua tutela. Scontata la pena, Wilde dovette riparare in Continente, dapprima sotto lo pseudonimo Sebastian Melmoth. Avendo tentato invano di riprendere l’attività teatrale (un dramma in versi rimase incompiuto), morì di meningite in un albergo di Parigi il 30 novembre 1900. Irlandese di formazione protestante, cresciuto nell’agnosticismo e nel disinteresse, morì dopo essersi convertito in quello stesso 1900 alla Religione Cattolica.
Ma di tutto questo, a Benigni, Grillini, e allo sdegnato mondo dell’attivismo omosessuale, non interessa e non lo dicono. Forse fanno finta di non saperlo o forse proprio nessuno glielo ha mai detto. 
Andrea Collina