martedì 24 novembre 2009

Con il sole in fronte_5

... SEGUE

II ATTO

 

Prologo

Buio. Finisce il pezzo di “Voglio vivere così”. Sulle ultime battute della musica, si accendono alcune luci sul palco. C’è il telo trasparente illuminato, come nel I Atto. Si illumina anche una poltrona sul lato sinistro del palco, bella nobile, imbottita di tessuto rosso e con il legno intarsiato e decorato d’oro. La poltrona è girata verso il telo, alla sinistra dello stesso. Dall’altra parte è appeso un quadro che presumibilmente ritrae una Madonna con Bambino, stile ‘500 o ‘600. Sulla poltrona, è seduta la Signora, che con espressione triste, serie e malinconica, guarda prima le ombre dietro il telo, che ora è una finestra aperta o chiusa al mondo e poi il pubblico. La scena nel complesso, appare dignitosa, austera e un po’ triste. Una luce illumina il volto della Signora.

Un raggio di sole...

Flebile raggio di sole d’Autunno...

Piccolo e dolce appiglio di una remota speranza

(Pausa... poi con seria certezza, in crescendo)

Sperare, oltre ogni speranza.

Che questa finestra chiusa del mio cuore

si spalanchi ad una fresca brezza di Primavera,

che, come un sogno premonitore,

si aggrappa a questo piccolo raggio di sole!

Un raggio di sole che fa diventare tutto un’ombra.

(Pausa)

Appena un’ombra mi scuote

nel silente buio della mia mancanza.

(La Signora si alza dalla poltrona e cammina davanti al telo trasparente guardando il quadro nell’altro lato.)

Non più gioia.

Non più vita.

Non più serenità.

Il mio Giacomo non c’è più.

(Pausa. Poi con commozione)

Il mio piccolo, tenero Giacomo, orgoglio e sostegno della mia vita.

Il mio tenero amore. Raggio di sole della mia vita!

Piccolo e tenero bocciolo di Primavera.

(Pausa. Poi riprende col tono serio dell’inizio)

Il sole ormai è tramontato e l’ombra di questo palazzo mi avvolge.

Il gelo dell’inverno senza più un senso,

abita e ghiaccia il mio cuore.

E io chiusa dietro questa finestra.

(Si gira verso il telo trasparente e indicandola, prosegue)

Una finestra chiusa nella chiusa mia vita.

Una finestra chiusa da cui il mondo passa.

Il mondo... (pausa e quasi un sorriso sarcastico… Da questo momento dietro il telo, in ombra iniziano a muoversi figure di uomini che passano, gesticolano e vanno via)… il mondo che passa riverente ad ogni ora.

Il mondo che scorre dimentico e fragile come un’ombra. (Pausa)

Un’ombra che fugge via come la mia speranza.

(Pausa. Ora la Signora si riaccomoda sulla sua poltrona e parla verso il pubblico, mostrando la sua dura e triste dignità. Ogni frase è come una sentenza. Parola definitiva sulla sua condizione)

Speranza, ogni oltre speranza. (Pausa)

Speranza in una presenza che è un’ombra. (Pausa)

Basta un’ombra per farmi sussultare. (Pausa)

L’unica speranza del mio cuore,

è un’ombra che è silenzio.

(Pausa. Poi dietro il telo, sempre in ombra, compare una figura d’uomo, grande con un grande mantello. La signora si alza e riprende a guardare il telo trasparente. Mentre la Signora parla appaiono le sagome di nove ragazzini)

Un’ombra che mi suggerisce e mi rassicura

(In crescendo ora di emozione) Perché se c’è l’ombra,

allora significa che c’è il sole,

Se un’ombra gela,

il sole ancora continua a riscaldare.

Il calore c’è.

Il sole c’è.

Il calore del tuo ricordo, o Giacomo! (Indicando con le mani giunte a preghiera il quadro)

Il sole della tua discreta e perenne Presenza. 

 CONTINUA...

lunedì 23 novembre 2009

Con il sole in fronte_4

SEGUE...

Scena 2

Entra la I Portinaia che passa la scopa per la scena, canticchiando “Voglio vivere così”. Si ferma. Allinea la panchina (o le due sedie) presente sul palco. Poi rincomincia a canticchiare. Mentre è di spalle e continua a canticchiare, entra Marcella che cerca di richiamare la sua attenzione.

Marcella: (timidamente) Mi scusi... (poi con più decisione) Mi scusi! (Si avvicina decisa alla I Portinaia e la prende per la spalla). Mi scusi!

I Portinaia: (destata di soprassalto) Oh cielo! Cosa c’è?

Marcella: Ho saputo che in questo stabile affittano un appartamento.

I Portinaia Sì un appartamento di due stanze più cucina c’è. Però, prima ancora di farglielo vedere, bisogna che le domandi in quanti siete in famiglia.

Marcella: Sono vedova.

I Portinaia: Ha dei figli?

Marcella:  Sì. (e dopo una pausa) Quattro.

I Portinaia: (con fare catastrofico e alzando le braccia al cielo) No! Non ne parliamo neppure. I proprietari sono inflessibili in fatto di bambini. Ne ammettono al massimo uno.

Marcella (con risentimento e sarcasmo) Allora, secondo lei, ne dovrei ammazzare tre?

I Portinaia: (alzando le spalle e annuendo) Questa è una casa così. Io eseguo degli ordini. (a questo punto per tutta la durata scena la portinaia continua a spazzare il palco e si avvicina all’uscita dietro il telo trasparente)

Marcella: (inviperita) D’accordo: però è una cattiveria da parte dei padroni.

I Portinaia (continuando nello stesso atteggiamento) Si tratta di alloggi piccoli sufficienti appena per due persone. Non esiste neppure la cubatura sufficiente... (la I Portinaia esce di scena continuando a spazzare)

Marcella (irata e decisa, senza scomporsi più di tanto, rivolta alla portinaia che sta uscendo) Ho capito. Vuol dire che prenderò alloggio sotto gli archi del Ponte di Mezzo. Spero che, lì, ci sia la cubatura sufficiente!

Marcella si siede con la testa bassa su una delle sedie (o sulla panchina) al centro del palco. Rientra l’Ometto che le si avvicina e le tocca una spalla ridestandola.

Marcella: (con grande serietà) Senta, del terzo alloggio che aveva contattato, cosa mi dice?

Ometto: (con una certa pietà) Se dà retta a me, non perda neppure fiato a provare. Per lei, dei tre questo è il meno adatto. È un antico palazzotto in centro, pieno di dignità e di pretese. Un palazzotto arcigno, che dà soggezione. Pensi che ha, davanti, un piazzaletto nitido, deserto, stando nel quale viene spontaneo di parlare sottovoce per non turbare quel secolare silenzio. È un posto certo non adatto agli schiamazzi di nove ragazzini che vengono dalla campagna!

Marcella: (decisa e seria) Non se ne incarichi: mi porti sul posto e poi lasci fare a me.

Ometto: Io ce la porto, alle solite condizioni. Quando arriverà dalla Portinaia dica che l’ha inviata l’agenzia e chieda direttamente della Signora. Lei, poi ti indicherà. (pausa. Poi con fare dubbioso) Ma, come farà per la questione della sua “mercanzia”? Quanti pensa di dichiararne alla Signora? Non è meglio che ne lascia un po’, magari tre o quattro, in campagna da suo suocero o da suo cognato?

Marcella: (con decisione) Dirò che non ho figli. (Pausa, poi, guardando il pubblico) Dio mi aiuterà!

Buio. Musica iniziale. Sipario.

FINE I ATTO.

CONTINUA...

venerdì 20 novembre 2009

Con il sole in fronte_3


Finalmente la prima scena della mia riduzione teatrale... Grazie Giovannino e non ti rigirare nella tomba!

CON IL SOLE IN FRONTE… 

Riduzione teatrale di Andrea Collina, dal racconto “Il Decimo Clandestino

di Giovannino Guareschi  

...SEGUE

Scena 1

Marcella si rimette seduta sulla panchina (o sulla sedia). Entra in scena l’Ometto che saluta sempre togliendosi il cappello e, mentre parla, lo tormenta in continuazione tra le mani sempre in movimento. L’Ometto entra, si inchina e si siede accanto a Marcella.

Ometto: (Con cortesia) Buon giorno signora Marcella. Ha fatto buon viaggio?

Marcella: (Un po’ infastidita) Non troppo. Inizia l’inverno, non solo in campagna, ma anche in questa città. (Poi, cambiando tono e argomento in modo brusco) La ringrazio per aver sistemato l’affare. Però, adesso che mi ha trovato la bottega deve aiutarmi a trovare casa.

Ometto: (Con un gran sorriso) La fortuna l’assiste signora Marcella! Stamattina ho ricevuto notizia affidabile che proprio nel palazzo qui sopra, affittano un comodo appartamentino con tre stanze ampie e pulite. Poi c’e n’è un altro a pochi isolati da qui. Ed un altro ancora più in centro, in un bel palazzo signorile... Ma guardi... È scesa la padrona in persona… (Dal telo trasparente entra in scena la I Padrona. L’Ometto e Marcella si alzano. L’Ometto va incontro alla I Padrona e fa il gesto della reverenza con il cappello.)... Buona giornata Signora!

I Padrona: (con diffidenza) Buon giorno.

Ometto: (presentando Marcella) C’è qui una donna per bene, che sarebbe interessata a prendere in affitto l’appartamentino del secondo piano. Quello tre stanze e servizi... Sa, la donna, che si chiama Marcella Barelli, si è appena trasferita dalla campagna in città perché rimasta vedova da pochi mesi e ha rilevato la bottega di commestibili all’angolo: quella del Berdini che va così bene, e che quel vecchio usuraio ha deciso di vendere per mettersi a riposo...

Marcella: (interrompendo con decisione l’ometto). Guardate, per me tre stanze ampie e comode vanno benissimo. Sembrano fatte apposta per me: riusciamo a sistemarci tutti.

I Padrona: (aumentando la diffidenza, e rivolgendosi all’Ometto) Scusi, non mi avete detto che è vedova?

Marcella: Sì sono vedova; ma ho dei figli.

I Padrona: Quanti?

Marcella: (con estrema tranquillità e candore) Nove. Il più piccolo ha cinque anni, la più grande dodici.

I Padrona: (meravigliandosi e quasi balbettando per il grande stupore) Nove figli dai cinque ai dodici anni! Nove bambini a casa, e lei tutto il giorno in bottega! Per l’amor di Dio: non ne parliamo neanche.

(Mentre l’ometto si asciuga il sudore della fronte e fa un passo indietro, Marcella si avvicina alla I Padrona)

Marcella: (con fare deciso) Signora. Cosa volete che faccia? Quando i figli ci sono bisogna tenerseli. Non posso mica affogarli.

I Padrona: Non pretendo certo che li affoghi. Teneteveli pure, ma a casa sua, non qui.

Marcella: Ma guardate che i miei sono boccioli di Primavera, bambine e bambini educati, quieti...

I Padrona: (interrompendola scuotendo il capo) No. No. Non è cattiveria la mia; ma questa casa è un inferno a causa dei bambini degli inquilini e il solo pensiero di aggiungerne altri nove a quelli già esistenti mi fa venire la febbre… (Pausa. Poi con supponenza) Oltre al resto ci sono le leggi di igiene e l’appartamento non ha la cubatura sufficiente per ospitare dieci persone. Ha capito?

(La I Padrona si dirige verso dove è entrata e rimane ferma sull’orlo del telo trasparente)

Marcella: (insistendo, e richiamandola ma senza perdere la sua decisione e dignità) Ma Signora! I bambini sono piccoli, respirano molta meno aria di un adulto...

I Padrona: (con durezza) Guardi. Fossero due, tre, magari quattro, pazienza. Ma nove sono troppi!

(La I Padrona esce di scena e ritorna ombra tra le ombre dietro il telo trasparente. Marcella rimane con la testa bassa, facendo alcuni passi sulla scena verso le sedie. L’Ometto le si avvicina

Ometto: (allargando le braccia, con fare sgomento) Nove figli! E dove spera di trovare uno che sia disposto ad affittarle un appartamento, qui in città?

Marcella: (con risentimento, fulminando l’ometto con gli occhi) Perché? Qui in città è cosa disonesta avere dei figli?

Ometto: (un po’ intimorito) No, ma è il fatto di averne nove e tutti piccoli, che non funziona! Nove figli piccoli, orfani di padre e con la madre impegnata dalla mattina alla sera in negozio: non pensate al terremoto che possono combinare in una casa nove bambini abbandonati a sé?

Marcella: (alzando il tono di voce) Abbandonati? L’ultimo va all’asilo e gli altri tutti a scuola.

Ometto: (quasi balbettando) E durante le vacanze? E nelle ore in cui non stanno a scuola?

Marcella: Questo si vedrà. Per il momento mi accompagni al secondo alloggio che mi ha detto di avere contattato.

Ometto: (alzando le mani) Io la accompagno, ma rimango fuori ad aspettarla. (Pausa e con un po’ di vergogna). Non voglio che mi vedano, non intendo avere responsabilità. Il mio mestiere è questo e non posso rovinarmi la piazza. Vada senza dire che vi ho mandato io.

(Marcella e l’Ometto escono dietro il telo trasparente, continuando a discutere)

CONTINUA...

giovedì 19 novembre 2009

Con il sole in fronte_2


Oggi non è lunedì. E' passata più di una settimana dal precedente blog... In realtà più di un mese... Con la mia inedia... con la mia pigrizia... con la mia disperazione... continuo a pubblicare questa piccola mia speranza... speranza di portare a termine il mio lavoro

Con il Sole in Fronte

Riduzione teatrale del "Il Decimo Clandestino" di Giovannino Guareschi

... SEGUE

I ATTO

Prologo:

All’ingresso, buio e musica: “Voglio vivere così” (Canzone del 1942)

Sul palco si illumina un telo posizionto a tre quarti che, illuminato, fa trasparire in ombra quello che accade dietro. Il telo è sormontato da una tenda, così da apparire, all’occorrenza una grande finestra. Entra in scena Marcella, con indosso un cappotto, una grande valigia in mano e in testa un fazzoletto nero. È appena arrivata da un viaggio. Un viaggio lungo. Il viaggio verso una nuova attività. Verso una nuova vita. Verso la città. Verso un luogo che possa accogliere una giovane ed energica vedova di campagna e i suoi nove figli, venuti su così, dalla spensieratezza di una vita spesa accanto al proprio amato, senza calcoli, senza preconcetti, senza la paura della precarietà dell’esistenza. Nove figli non programmati, non desiderati, ma solo frutti inconsapevoli di un amore consapevole.

La donna si ferma al centro della scena. C’è una panchina di ferro, di quelle da parco cittadino (o, se necessario, un paio di sedie di paglia). Si siede come su una sdraio al mare. Buio. Un occhio di bue la illumina.

Un raggio di sole…

ultimo raggio di sole d’estate…

ultimo ristoro prima del freddo dell’inverno.

Ahh!!!

Scaldami ancora un po’ raggio di sole…

Scalda ancora il gelo della mia solitudine.

Il mio Giacomo non c’è più.

Il mio piccolo, tenero Giacomo, orgoglio e sostegno della mia vita.

Il mio tenero amore. Raggio di sole della mia vita!

(Marcella si alza, e cammina in avanti due o tre passi; poi, guardando il pubblico)

La mia vita, come una finestra.

Una finestra che era aperta al verde abbraccio della Primavera.

Una finestra che ora si chiude per il freddo e il buio dell’Inverno.

Una finestra chiusa. Una finestra che non vuole guardare l’ingiustizia.

(Con fare solenne e sarcastico) “Nove figli e una vedova, non valgono la pena di uno spesato!”

(Pausa. Poi seria e commossa) Nove figli. Nove boccioli di primavera.

1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9…

Boccioli di Primavera spuntati su, dalla terra fertile del mio amore.

Boccioli di Primavera nutriti con le lacrime ed il sudore.

Nove boccioli di Primavera.

(Pausa. Poi riprende con commozione in crescendo) Questo è ciò che mi rimane del mio Giacomo.

Boccioli di Primavera che debbo spiantare dalla terra cattiva

E ripiantare in quella buona… (Pausa, poi quasi con un filo di voce)

Una terra che li accolga…

Una terra che li protegga…

(Pausa. La donna guarda in alto verso la luce che si fa più scura)

Ecco. Le nubi arrivano.

Le nubi del freddo e del gelo.

Le nubi di un inverno chiuso e nero.

Le nubi che oscurano il sole.

(La donna guarda verso il telo trasparente che si illumina facendo filtrare le cose che ci sono dietro in ombra. Si vede una scala. Si vedono delle persone che passano per tutta la sequenza).

E tutto diventa un’ombra.

Ombra le case. Ombra le strade.

Ombra la gente che passa.

Su tutto il reale si stende

un’ombra che vela. Che assopisce.

(Ora in crescendo di emozione) Ma se queste nubi coprono il sole,

il sole ancora c’è.

Se un’ombra vela il sole,

il sole ancora continua a riscaldare. (Pausa. Poi con certezza)

Il calore c’è.

Il sole c’è.

(La certezza che diventa serena tenerezza) Il calore del tuo ricordo, o Giacomo!

Il sole della tua numerosa e tenera eredità.

(Pausa, poi guardando il pubblico e indicando il telo trasparente, dal quale compaiono le sagome di nove piccoli ragazzini)

Un’ombra di dolore mi vela.

Ma queste ombre mi svelano

il calore di una remota speranza.

(Buio)

CONTINUA....