lunedì 21 dicembre 2009

Con il sole in fronte_6


... SEGUE

Scena 1

(Si accendono tutte le luci. Si sente uno squillo di un campanello. su un tavolinetto in legno davanti alla poltrona, la Signora risponde al telefono)

Signora: (con serietà) Ah. La donna dall’agenzia. Falla venire su!

(la Signora si accomoda e la luce su di lei si fa più fioca. Da dietro il telo compare Marcella che arriva al centro della scena in piena luce.)

Marcella: (con un inchino di riverenza) Buon giorno Signora.

Signora: Venga avanti. (Pausa. poi la Signora si alza e inizia a scrutarla dall’alto al basso) La manda l’agenzia?.

Marcella: (mettendosi sull’attenti) Sissignora.

Signora: (con fare interrogativo) È di città?

Marcella: Nossignora. Sono di campagna e vorrei stabilirmi in città.

Signora: E cosa faceva al suo paese?

Marcella: Lavoravo in un podere, con mio marito. Poi mio marito è morto...

(Pausa. Le due donne si guardano un istante. Il tempo di un sospiro)

Signora: Capisco. Figli?

Marcella: (dopo una piccola pausa di incertezza) Nossignora. (da dietro il telone si intravedono le sagome dei nove piccoli)

Signora: Le piacerebbe venire in questa casa?

Marcella: (con un sorriso) Sissignora.

Signora: (con fare soddisfatto) Bene. (pausa) E quando sarebbe disposta a prendere servizio? La mia donna è già partita ieri.

Marcella (stupita, ma decisa) Signora. Mi dispiace ma c’è un equivoco. Io ero venuta non per un posto, ma perché all’agenzia, mi avevano detto che qui c’era un piccolo appartamento da affittare.

Signora: (con espressione delusa, guardando il pavimento e rimettendosi a sedere sulla poltrona) Ah! Poteva spiegarsi prima!

Marcella: (imbarazzata e anche lei guardando il pavimento) Perdonatemi.

(Pausa. La signora si rialza e riprende a squadrare Marcella dall’alto al basso)

Signora: (con tono esplicativo) Dunque lei è vedova e vuole abbandonare la campagna per stabilirsi in città.

Marcella: Sissignora.

Signora: Perché?

Marcella: (tirando fuori dalla borsetta il contratto e porgendolo alla Signora) Devo guadagnarmi da vivere. Con la parte di mio marito ho rilevato un negozietto di commestibili...

Signora: (facendo finta di leggere il contratto e con fare un po’ annoiato) L’appartamento ci sarebbe. Sono tre stanze a soffitta all’ultimo piano. A soffitta, ma belle e sane. (Dopo una pausa, quasi addolorata) Però io le avevo destinate a un inquilino di sesso maschile e sui cinquant’anni, mentre lei è una donna ed è giovane.

Marcella: (allargando le braccia e in tono quasi esasperato) Signora. La colpa non è mia!

Signora: (sorridendo) Non le faccio nessuna colpa: dico semplicemente che un uomo maturo dà più affidamento di una donna giovane. Questa è una casa molto seria, molto tranquilla.

Marcella: (in tono deciso) Anche io sono molto seria e molto tranquilla. Vengo in città per guadagnarmi il pane, non per fare delle stupidaggini.

Signora: (continuando a sorridere) Lei mi ha detto che è vedova e senza figli?

Marcella: Sissignora.

Signora: (quasi che le stesse dando un consiglio) Io non le voglio certamente vietare di risposarsi. Comunque, (con fare categorico) sia ben chiaro, e lo metteremo per iscritto, che il giorno in cui lei dovesse risposarsi, mi lascerà libero l’appartamento. (Pausa) Questa è una casa di professionisti, gente tutta matura che ama la pace. (Con estrema durezza) Non ci sono bambini e non ne devono venire. Cioè possono benissimo venire, però se ne vanno assieme ai loro genitori. Siamo intesi?

Marcella: (seria) Sissignora. (intanto dietro il telo riappaiono le ombre dei nove ragazzini)

Signora: (dandole distrattamente un biglietto) Si presenti a questo indirizzo. È il mio amministratore che le farà firmare il contratto regolare. (Marcella prende il biglietto e con un salto di gioia si allontana verso il telo)

Signora: (con la stessa durezza) Naturalmente, (Marcella si ferma sull’orlo del telo e si gira verso la Signora) niente bambini anche se lei non si risposa!

(Buio) 

CONTINUA...

martedì 24 novembre 2009

Con il sole in fronte_5

... SEGUE

II ATTO

 

Prologo

Buio. Finisce il pezzo di “Voglio vivere così”. Sulle ultime battute della musica, si accendono alcune luci sul palco. C’è il telo trasparente illuminato, come nel I Atto. Si illumina anche una poltrona sul lato sinistro del palco, bella nobile, imbottita di tessuto rosso e con il legno intarsiato e decorato d’oro. La poltrona è girata verso il telo, alla sinistra dello stesso. Dall’altra parte è appeso un quadro che presumibilmente ritrae una Madonna con Bambino, stile ‘500 o ‘600. Sulla poltrona, è seduta la Signora, che con espressione triste, serie e malinconica, guarda prima le ombre dietro il telo, che ora è una finestra aperta o chiusa al mondo e poi il pubblico. La scena nel complesso, appare dignitosa, austera e un po’ triste. Una luce illumina il volto della Signora.

Un raggio di sole...

Flebile raggio di sole d’Autunno...

Piccolo e dolce appiglio di una remota speranza

(Pausa... poi con seria certezza, in crescendo)

Sperare, oltre ogni speranza.

Che questa finestra chiusa del mio cuore

si spalanchi ad una fresca brezza di Primavera,

che, come un sogno premonitore,

si aggrappa a questo piccolo raggio di sole!

Un raggio di sole che fa diventare tutto un’ombra.

(Pausa)

Appena un’ombra mi scuote

nel silente buio della mia mancanza.

(La Signora si alza dalla poltrona e cammina davanti al telo trasparente guardando il quadro nell’altro lato.)

Non più gioia.

Non più vita.

Non più serenità.

Il mio Giacomo non c’è più.

(Pausa. Poi con commozione)

Il mio piccolo, tenero Giacomo, orgoglio e sostegno della mia vita.

Il mio tenero amore. Raggio di sole della mia vita!

Piccolo e tenero bocciolo di Primavera.

(Pausa. Poi riprende col tono serio dell’inizio)

Il sole ormai è tramontato e l’ombra di questo palazzo mi avvolge.

Il gelo dell’inverno senza più un senso,

abita e ghiaccia il mio cuore.

E io chiusa dietro questa finestra.

(Si gira verso il telo trasparente e indicandola, prosegue)

Una finestra chiusa nella chiusa mia vita.

Una finestra chiusa da cui il mondo passa.

Il mondo... (pausa e quasi un sorriso sarcastico… Da questo momento dietro il telo, in ombra iniziano a muoversi figure di uomini che passano, gesticolano e vanno via)… il mondo che passa riverente ad ogni ora.

Il mondo che scorre dimentico e fragile come un’ombra. (Pausa)

Un’ombra che fugge via come la mia speranza.

(Pausa. Ora la Signora si riaccomoda sulla sua poltrona e parla verso il pubblico, mostrando la sua dura e triste dignità. Ogni frase è come una sentenza. Parola definitiva sulla sua condizione)

Speranza, ogni oltre speranza. (Pausa)

Speranza in una presenza che è un’ombra. (Pausa)

Basta un’ombra per farmi sussultare. (Pausa)

L’unica speranza del mio cuore,

è un’ombra che è silenzio.

(Pausa. Poi dietro il telo, sempre in ombra, compare una figura d’uomo, grande con un grande mantello. La signora si alza e riprende a guardare il telo trasparente. Mentre la Signora parla appaiono le sagome di nove ragazzini)

Un’ombra che mi suggerisce e mi rassicura

(In crescendo ora di emozione) Perché se c’è l’ombra,

allora significa che c’è il sole,

Se un’ombra gela,

il sole ancora continua a riscaldare.

Il calore c’è.

Il sole c’è.

Il calore del tuo ricordo, o Giacomo! (Indicando con le mani giunte a preghiera il quadro)

Il sole della tua discreta e perenne Presenza. 

 CONTINUA...

lunedì 23 novembre 2009

Con il sole in fronte_4

SEGUE...

Scena 2

Entra la I Portinaia che passa la scopa per la scena, canticchiando “Voglio vivere così”. Si ferma. Allinea la panchina (o le due sedie) presente sul palco. Poi rincomincia a canticchiare. Mentre è di spalle e continua a canticchiare, entra Marcella che cerca di richiamare la sua attenzione.

Marcella: (timidamente) Mi scusi... (poi con più decisione) Mi scusi! (Si avvicina decisa alla I Portinaia e la prende per la spalla). Mi scusi!

I Portinaia: (destata di soprassalto) Oh cielo! Cosa c’è?

Marcella: Ho saputo che in questo stabile affittano un appartamento.

I Portinaia Sì un appartamento di due stanze più cucina c’è. Però, prima ancora di farglielo vedere, bisogna che le domandi in quanti siete in famiglia.

Marcella: Sono vedova.

I Portinaia: Ha dei figli?

Marcella:  Sì. (e dopo una pausa) Quattro.

I Portinaia: (con fare catastrofico e alzando le braccia al cielo) No! Non ne parliamo neppure. I proprietari sono inflessibili in fatto di bambini. Ne ammettono al massimo uno.

Marcella (con risentimento e sarcasmo) Allora, secondo lei, ne dovrei ammazzare tre?

I Portinaia: (alzando le spalle e annuendo) Questa è una casa così. Io eseguo degli ordini. (a questo punto per tutta la durata scena la portinaia continua a spazzare il palco e si avvicina all’uscita dietro il telo trasparente)

Marcella: (inviperita) D’accordo: però è una cattiveria da parte dei padroni.

I Portinaia (continuando nello stesso atteggiamento) Si tratta di alloggi piccoli sufficienti appena per due persone. Non esiste neppure la cubatura sufficiente... (la I Portinaia esce di scena continuando a spazzare)

Marcella (irata e decisa, senza scomporsi più di tanto, rivolta alla portinaia che sta uscendo) Ho capito. Vuol dire che prenderò alloggio sotto gli archi del Ponte di Mezzo. Spero che, lì, ci sia la cubatura sufficiente!

Marcella si siede con la testa bassa su una delle sedie (o sulla panchina) al centro del palco. Rientra l’Ometto che le si avvicina e le tocca una spalla ridestandola.

Marcella: (con grande serietà) Senta, del terzo alloggio che aveva contattato, cosa mi dice?

Ometto: (con una certa pietà) Se dà retta a me, non perda neppure fiato a provare. Per lei, dei tre questo è il meno adatto. È un antico palazzotto in centro, pieno di dignità e di pretese. Un palazzotto arcigno, che dà soggezione. Pensi che ha, davanti, un piazzaletto nitido, deserto, stando nel quale viene spontaneo di parlare sottovoce per non turbare quel secolare silenzio. È un posto certo non adatto agli schiamazzi di nove ragazzini che vengono dalla campagna!

Marcella: (decisa e seria) Non se ne incarichi: mi porti sul posto e poi lasci fare a me.

Ometto: Io ce la porto, alle solite condizioni. Quando arriverà dalla Portinaia dica che l’ha inviata l’agenzia e chieda direttamente della Signora. Lei, poi ti indicherà. (pausa. Poi con fare dubbioso) Ma, come farà per la questione della sua “mercanzia”? Quanti pensa di dichiararne alla Signora? Non è meglio che ne lascia un po’, magari tre o quattro, in campagna da suo suocero o da suo cognato?

Marcella: (con decisione) Dirò che non ho figli. (Pausa, poi, guardando il pubblico) Dio mi aiuterà!

Buio. Musica iniziale. Sipario.

FINE I ATTO.

CONTINUA...

venerdì 20 novembre 2009

Con il sole in fronte_3


Finalmente la prima scena della mia riduzione teatrale... Grazie Giovannino e non ti rigirare nella tomba!

CON IL SOLE IN FRONTE… 

Riduzione teatrale di Andrea Collina, dal racconto “Il Decimo Clandestino

di Giovannino Guareschi  

...SEGUE

Scena 1

Marcella si rimette seduta sulla panchina (o sulla sedia). Entra in scena l’Ometto che saluta sempre togliendosi il cappello e, mentre parla, lo tormenta in continuazione tra le mani sempre in movimento. L’Ometto entra, si inchina e si siede accanto a Marcella.

Ometto: (Con cortesia) Buon giorno signora Marcella. Ha fatto buon viaggio?

Marcella: (Un po’ infastidita) Non troppo. Inizia l’inverno, non solo in campagna, ma anche in questa città. (Poi, cambiando tono e argomento in modo brusco) La ringrazio per aver sistemato l’affare. Però, adesso che mi ha trovato la bottega deve aiutarmi a trovare casa.

Ometto: (Con un gran sorriso) La fortuna l’assiste signora Marcella! Stamattina ho ricevuto notizia affidabile che proprio nel palazzo qui sopra, affittano un comodo appartamentino con tre stanze ampie e pulite. Poi c’e n’è un altro a pochi isolati da qui. Ed un altro ancora più in centro, in un bel palazzo signorile... Ma guardi... È scesa la padrona in persona… (Dal telo trasparente entra in scena la I Padrona. L’Ometto e Marcella si alzano. L’Ometto va incontro alla I Padrona e fa il gesto della reverenza con il cappello.)... Buona giornata Signora!

I Padrona: (con diffidenza) Buon giorno.

Ometto: (presentando Marcella) C’è qui una donna per bene, che sarebbe interessata a prendere in affitto l’appartamentino del secondo piano. Quello tre stanze e servizi... Sa, la donna, che si chiama Marcella Barelli, si è appena trasferita dalla campagna in città perché rimasta vedova da pochi mesi e ha rilevato la bottega di commestibili all’angolo: quella del Berdini che va così bene, e che quel vecchio usuraio ha deciso di vendere per mettersi a riposo...

Marcella: (interrompendo con decisione l’ometto). Guardate, per me tre stanze ampie e comode vanno benissimo. Sembrano fatte apposta per me: riusciamo a sistemarci tutti.

I Padrona: (aumentando la diffidenza, e rivolgendosi all’Ometto) Scusi, non mi avete detto che è vedova?

Marcella: Sì sono vedova; ma ho dei figli.

I Padrona: Quanti?

Marcella: (con estrema tranquillità e candore) Nove. Il più piccolo ha cinque anni, la più grande dodici.

I Padrona: (meravigliandosi e quasi balbettando per il grande stupore) Nove figli dai cinque ai dodici anni! Nove bambini a casa, e lei tutto il giorno in bottega! Per l’amor di Dio: non ne parliamo neanche.

(Mentre l’ometto si asciuga il sudore della fronte e fa un passo indietro, Marcella si avvicina alla I Padrona)

Marcella: (con fare deciso) Signora. Cosa volete che faccia? Quando i figli ci sono bisogna tenerseli. Non posso mica affogarli.

I Padrona: Non pretendo certo che li affoghi. Teneteveli pure, ma a casa sua, non qui.

Marcella: Ma guardate che i miei sono boccioli di Primavera, bambine e bambini educati, quieti...

I Padrona: (interrompendola scuotendo il capo) No. No. Non è cattiveria la mia; ma questa casa è un inferno a causa dei bambini degli inquilini e il solo pensiero di aggiungerne altri nove a quelli già esistenti mi fa venire la febbre… (Pausa. Poi con supponenza) Oltre al resto ci sono le leggi di igiene e l’appartamento non ha la cubatura sufficiente per ospitare dieci persone. Ha capito?

(La I Padrona si dirige verso dove è entrata e rimane ferma sull’orlo del telo trasparente)

Marcella: (insistendo, e richiamandola ma senza perdere la sua decisione e dignità) Ma Signora! I bambini sono piccoli, respirano molta meno aria di un adulto...

I Padrona: (con durezza) Guardi. Fossero due, tre, magari quattro, pazienza. Ma nove sono troppi!

(La I Padrona esce di scena e ritorna ombra tra le ombre dietro il telo trasparente. Marcella rimane con la testa bassa, facendo alcuni passi sulla scena verso le sedie. L’Ometto le si avvicina

Ometto: (allargando le braccia, con fare sgomento) Nove figli! E dove spera di trovare uno che sia disposto ad affittarle un appartamento, qui in città?

Marcella: (con risentimento, fulminando l’ometto con gli occhi) Perché? Qui in città è cosa disonesta avere dei figli?

Ometto: (un po’ intimorito) No, ma è il fatto di averne nove e tutti piccoli, che non funziona! Nove figli piccoli, orfani di padre e con la madre impegnata dalla mattina alla sera in negozio: non pensate al terremoto che possono combinare in una casa nove bambini abbandonati a sé?

Marcella: (alzando il tono di voce) Abbandonati? L’ultimo va all’asilo e gli altri tutti a scuola.

Ometto: (quasi balbettando) E durante le vacanze? E nelle ore in cui non stanno a scuola?

Marcella: Questo si vedrà. Per il momento mi accompagni al secondo alloggio che mi ha detto di avere contattato.

Ometto: (alzando le mani) Io la accompagno, ma rimango fuori ad aspettarla. (Pausa e con un po’ di vergogna). Non voglio che mi vedano, non intendo avere responsabilità. Il mio mestiere è questo e non posso rovinarmi la piazza. Vada senza dire che vi ho mandato io.

(Marcella e l’Ometto escono dietro il telo trasparente, continuando a discutere)

CONTINUA...

giovedì 19 novembre 2009

Con il sole in fronte_2


Oggi non è lunedì. E' passata più di una settimana dal precedente blog... In realtà più di un mese... Con la mia inedia... con la mia pigrizia... con la mia disperazione... continuo a pubblicare questa piccola mia speranza... speranza di portare a termine il mio lavoro

Con il Sole in Fronte

Riduzione teatrale del "Il Decimo Clandestino" di Giovannino Guareschi

... SEGUE

I ATTO

Prologo:

All’ingresso, buio e musica: “Voglio vivere così” (Canzone del 1942)

Sul palco si illumina un telo posizionto a tre quarti che, illuminato, fa trasparire in ombra quello che accade dietro. Il telo è sormontato da una tenda, così da apparire, all’occorrenza una grande finestra. Entra in scena Marcella, con indosso un cappotto, una grande valigia in mano e in testa un fazzoletto nero. È appena arrivata da un viaggio. Un viaggio lungo. Il viaggio verso una nuova attività. Verso una nuova vita. Verso la città. Verso un luogo che possa accogliere una giovane ed energica vedova di campagna e i suoi nove figli, venuti su così, dalla spensieratezza di una vita spesa accanto al proprio amato, senza calcoli, senza preconcetti, senza la paura della precarietà dell’esistenza. Nove figli non programmati, non desiderati, ma solo frutti inconsapevoli di un amore consapevole.

La donna si ferma al centro della scena. C’è una panchina di ferro, di quelle da parco cittadino (o, se necessario, un paio di sedie di paglia). Si siede come su una sdraio al mare. Buio. Un occhio di bue la illumina.

Un raggio di sole…

ultimo raggio di sole d’estate…

ultimo ristoro prima del freddo dell’inverno.

Ahh!!!

Scaldami ancora un po’ raggio di sole…

Scalda ancora il gelo della mia solitudine.

Il mio Giacomo non c’è più.

Il mio piccolo, tenero Giacomo, orgoglio e sostegno della mia vita.

Il mio tenero amore. Raggio di sole della mia vita!

(Marcella si alza, e cammina in avanti due o tre passi; poi, guardando il pubblico)

La mia vita, come una finestra.

Una finestra che era aperta al verde abbraccio della Primavera.

Una finestra che ora si chiude per il freddo e il buio dell’Inverno.

Una finestra chiusa. Una finestra che non vuole guardare l’ingiustizia.

(Con fare solenne e sarcastico) “Nove figli e una vedova, non valgono la pena di uno spesato!”

(Pausa. Poi seria e commossa) Nove figli. Nove boccioli di primavera.

1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9…

Boccioli di Primavera spuntati su, dalla terra fertile del mio amore.

Boccioli di Primavera nutriti con le lacrime ed il sudore.

Nove boccioli di Primavera.

(Pausa. Poi riprende con commozione in crescendo) Questo è ciò che mi rimane del mio Giacomo.

Boccioli di Primavera che debbo spiantare dalla terra cattiva

E ripiantare in quella buona… (Pausa, poi quasi con un filo di voce)

Una terra che li accolga…

Una terra che li protegga…

(Pausa. La donna guarda in alto verso la luce che si fa più scura)

Ecco. Le nubi arrivano.

Le nubi del freddo e del gelo.

Le nubi di un inverno chiuso e nero.

Le nubi che oscurano il sole.

(La donna guarda verso il telo trasparente che si illumina facendo filtrare le cose che ci sono dietro in ombra. Si vede una scala. Si vedono delle persone che passano per tutta la sequenza).

E tutto diventa un’ombra.

Ombra le case. Ombra le strade.

Ombra la gente che passa.

Su tutto il reale si stende

un’ombra che vela. Che assopisce.

(Ora in crescendo di emozione) Ma se queste nubi coprono il sole,

il sole ancora c’è.

Se un’ombra vela il sole,

il sole ancora continua a riscaldare. (Pausa. Poi con certezza)

Il calore c’è.

Il sole c’è.

(La certezza che diventa serena tenerezza) Il calore del tuo ricordo, o Giacomo!

Il sole della tua numerosa e tenera eredità.

(Pausa, poi guardando il pubblico e indicando il telo trasparente, dal quale compaiono le sagome di nove piccoli ragazzini)

Un’ombra di dolore mi vela.

Ma queste ombre mi svelano

il calore di una remota speranza.

(Buio)

CONTINUA....

lunedì 12 ottobre 2009

Con il sole in fronte_1


Da oggi, ogni lunedì di ogni settimana ho intenzione di pubblicare, a favore del pubblico immaginario di questo blog, tutte le mie fatiche letterarie, in modo che almeno in questo virtuale mondo fatto di numeri e di codici, almeno da qualche parte ci sia una sommessa traccia che c'è stato un uomo, nato e vissuto in momento imprecisato del passato, che si chiamava Andrea Collina e che parlava e scriveva così...

CON IL SOLE IN FRONTE…

10 APRILE 2009

Riduzione teatrale di Andrea Collina, dal racconto “Il Decimo Clandestino

di Giovannino Guareschi

Introduzione

Nei primi due atti due donne si confrontano: Marcella e la Signora. Due madri. La maternità e la durezza della vita. La durezza delle circostanze di fronte allo stupore e alla bellezza della vita. La bellezza del sole primaverile che rompe il freddo dell’inverno. La durezza dell’inverno.

Nove piccoli figli. Nove piccoli clandestini. La durezza del mondo di oggi. Un mondo che non ha spazio per i figli. Non ha spazio per i figli che non sono programmati. Per i figli che non sono desiderati. Che non ha spazio per l’imprevisto. “Un imprevisto è sola speranza” (Montale) Imprevisto come è imprevisto un raggio di sole che bagna il buio e la durezza di una vita clandestina.

Il coro del terzo atto è di due donne. Ed è sul valore dell’imprevisto.

Marcella deve organizzare. Deve pianificare ogni cosa. Deve prevedere tutto. Di fronte alla durezza del mondo che non accetta i suoi figli, Marcella è costretta a pianificare ogni minuto della giornata. E la sua vita è un inferno.

Anche la Signora non ha spazio per l’imprevisto. Ma questo spazio non viene negato dalle circostanze avverse, ma dalla perdita della Speranza. L’assoluta mancanza di un senso, di una presenza amorevole nella sua vita, chiude ogni spazio alla Speranza.

Due donne che chiudono la finestra del cuore all’avvenimento dell’Imprevisto.

Fino a quando l’Imprevisto accade. Come un raggio di sole di Primavera che scioglie il gelo di un lungo inverno.

Un imprevisto che non possiamo prevedere è l’unica cosa che ci può salvare. L’unico fondamento della nostra speranza.

Un imprevisto. Nove piccoli clandestini. E un decimo, che quell’Imprevisto come un’ombra porta con sé. Un’ombra di gioia. Un’ombra di speranza. Un’ombra che è amica. Un’ombra che è il Mistero che presente ti saluta e ti commuove.

PERSONAGGI (in ordine di apparizione):

Marcella: donna sui trentacinque anni, energica e forte, fiera e determinata;

L’Ometto: Un ometto discreto ed abile. E’ vestito in maniera insignificante: giacchetta grigia di ordinanza, pantalone di velluto marrone, camicia a scacchi e golf grigio, cappello mediocre di feltro, anch’esso grigio; si vede che è pelato e porta baffetti neri che si ingrigiscono;

I Padrona: una signora di mezza età, tozza e larga, con un pesante talleiur giallo e un cappello con le piume in testa; indossa anche un paio di pesanti occhiali, da professoressa, con la montatura tartarugata;

I Portinaia: una donna giunonica, vestita con un camice a quadretti azzurri e un grande grembiule bianco con qualche pizzo, in testa ha un fazzoletto tutto colorato;

La Signora: una bella donna bionda sui quarantacinque anni; è vestita di una vestaglia di seta celeste, molto elegante. Come elegante e curato sembra essere tutto il suo aspetto:

Cesarina: prima figlia di Marcella, di dodici anni, è una ragazzina vivace e giudiziosa, mora e dai grandi occhi, che sembrano sempre pronti a commuoversi o a scoppiare a piangere;

Clandestini: Otto ragazzini e ragazzine, il più grande undici e il più piccolo cinque anni, figli di Marcella;

Tognone:il vecchio lattaio, uomo grande e grosso “come una picca” avvolto sempre dal suo enorme tabarro nero;

II Portinaia – Zelinda: donna anch’essa giunonica, che indossa occhiali e l’immancabile fazzoletto in testa, questa volta di colore celeste

LUOGHI:

1) Un parco cittadino con una panchina di ferro battuto (o due sedie di paglia).

2) Un salottino di un bellissimo appartamento in un antico palazzotto in centro città, arredato con una poltrona bella, nobile, imbottita di tessuto rosso e con il legno intarsiato e decorato d’oro; dall’altra parte della stanza è appeso un quadro che presumibilmente ritrae una Madonna con Bambino, stile ‘500 o ‘600.

3) Un piazzaletto di un antico palazzotto in centro, pieno di dignità e di pretese: un palazzotto arcigno, che dà soggezione; il piazzaletto è nitido, deserto, stando nel quale viene spontaneo di parlare sottovoce per non turbare quel secolare silenzio.

4) Una camera da letto in una soffitta bella e sana. Un lettone composto da una doppia rete con un doppio materasso matrimoniale, e due armadi con diverse ante. Sul materasso, un’enorme coperta e otto cuscini, posizionati due su ogni lato.

Ma, soprattutto: un telo posizionando a tre quarti che, illuminato, fa trasparire in ombra quello che accade dietro. Il telo è sormontato da una tenda, così da apparire, all’occorrenza una grande finestra. Il telo è l’elemento scenico centrale. Ciò che permette di trasformare tutto in un’ombra e dall’ombra permette di trarre fuori, storie, personaggi, azioni.

Il telo che è il velo del Mistero che svela la profondità e l’umanità della storia.

CONTINUA....

il giudizio e la realtà_2


Un altro mio commento per "Il Sussidiario.net". L'unico posto che mi permette un po' di esprimere questo mio Io che non vuole proprio svegliarsi...

15/06/2009 - ma sarà vero bipartitismo? (Andrea Collina)

Vorrei far notare, grazie alle considerazioni molto pertinenti del "maestro" prof. Antonini, alcuni punti che possono integrare gli estremi di vera "truffa", che emergerebbe dietro la normativa elettorale "di risulta" che potrebbe scaturire dalla vittoria dei referendum. Il premio di maggioranza sarebbe assegnato alla "lista", non al "partito", che ottiene più voti. Tale aspetto comporterebbe l'effetto di perverso di far ritornare l'Italia agli effetti delle elezioni maggioritarie del 1994, 1996 e 2001, nei quali nelle "coalizioni" maggioritarie venivano accorpate diverse "anime" di diversi partiti che poi, in Parlamento assumevano tutte autonome posizioni, determinandosi tutte le situazioni di incertezza politica e di governo, che i promotori ci fanno intendere di voler definitivamente evitare. Tale effetto perverso, sarà connaturato al sistema elettorale: se infatti, per ottenere il premio basta conseguire un voto in più dell'avversario, bisognerà insderire in lista il più ampio spettro di candidati, in modo da poter raccogliere il numero maggiore possibile di voti, aumentandosi, così, il potere di ricatto elettorale, prima, e politico dopo, delle piccole forze, le quali potranno inserire i propri leader ed esponenti nelle due liste principali, per poi agire in autonomia una volta entrati in parlamento. Ricordiamoci che il record di partiti presenti in parlamento è stato ottenuto proprio a seguito dei referendum maggioritari.

il giudizio e la realtà_1


Un mio commento dal sito "Il Sussidiario.net" sull'omologazione e sul giudizio per i miei cari amici terremotati dell'Abruzzo.


08/05/2009 - La vita comincia oggi e non domani! (Andrea Collina)

Che tristezza, leggere il testo proposto - sicuramente a fin di bene - da praticamente tutti i nostri cantautori che riempiono le nostre giornate e le nostre orecchie con i loro terribili messaggi di un amorevole nichilismo. No! Il mio cuore e il cuore del popolo dell'Abruzzo grida che la vita ricominci oggi, non domani! Il mio cuore e il popolo dell'Abruzzo aspira ad una speranza che è nell'oggi, non in fumoso ed incerto domani! Oggi le macerie vanno sollevate e rimondate! Domani forse ricominceremo a comprare i dischi! Provvidenzialmente, di fronte allo starnazzare di queste odierne "oche del Campidoglio", la dignità del cuore del popolo di Abruzzo, ancora freme di commozione - come è stata l'occasione della visita del Papa - per il miracolo di una Speranza che nelle macerie si rende presente: un popolo che ancora riesce a cantare: "Luntane, cchiù luntane de li luntane stelle, luce la luce cchiù belle che me fa ncore cantà".

Andrea Collina

COME IL SEME CHE BISOGNA SALVARE


COME IL SEME CHE BISOGNA SALVARE.
La gioia dell'incontro, casuale con Giovannino Guareschi di Andrea Collina



«Pochi istanti dopo s'udì partire a motore imballato la giardinetta della ragazza e don Camillo uscì dal confessionale e andò a sfogare col Cristo dell'altar maggiore la tristezza del suo animo:
“Signore, se questi giovani che si prendono gioco delle cose più sacre sono la nuova generazione, che mai sarà della Vostra Chiesa?”
“Don Camillo” rispose con voce pacata il Cristo “Non ti lasciare suggestionare dal cinema e dai giornali. Non è vero che Dio ha bisogno degli uomini: sono gli uomini che hanno bisogno di Dio. La luce esiste anche in un mondo di ciechi. È stato detto 'hanno gli occhi e non vedono'; la luce non si spegne se gli occhi non la vedono.”
“Signore: perché quella ragazza si comporta così? Perché per ottenere una cosa che potrebbe facilmente avere soltanto se chiedesse, deve estorcerla, carpirla, rubarla, rapinarla?”
“Perché, come tanti giovani, è dominata dalla paura d'essere giudicata una ragazza onesta. È la nuova ipocrisia: un tempo i disonesti tentavano disperatamente d'essere considerati onesti. Oggi gli onesti tentano disperatamente d'essere considerati disonesti.”
Don Camillo spalancò le braccia:
“Signore, cos'è questo vento di pazzia? Non è forse che il cerchio sta per chiudersi e il mondo corre verso la sua rapida autodistruzione?”
“Don Camillo, perché tanto pessimismo? Allora il mio sacrificio sarebbe stato inutile? La mia missione fra gli uomini sarebbe dunque fallita perché la malvagità degli uomini è più forte della bontà di Dio?”
“No, Signore. Io intendevo soltanto dire che oggi la gente crede soltanto in ciò che vede e tocca. Ma esistono cose essenziali che non si vedono e non si toccano: amore, bontà, pietà, onestà, pudore, speranza. E fede. Cose senza le quali non si può vivere. Questa è l'autodistruzione di cui parlavo. L'uomo, mi pare, sta distruggendo tutto il suo patrimonio spirituale. L'unica vera ricchezza che, in migliaia di secoli, aveva accumulato. Un giorno non lontano si ritroverà esattamente come il bruto delle caverne. Le caverne saranno alti grattacieli pieni di macchine meravigliose, ma lo spirito dell'uomo sarà quello del bruto delle caverne.
“Signore: la gente paventa le armi terrificanti che disintegrano uomini e cose. Ma io credo che soltanto esse potranno ridare all'uomo la sua ricchezza. Perché distruggeranno tutto e l'uomo, liberato dalla schiavitù dei beni terreni cercherà nuovamente Dio. E lo ritroverà e ricostruirà il patrimonio spirituale che oggi sta finendo di distruggere. Signore, se questo è ciò che accadrà, cosa possiamo fare noi?”
Il Cristo sorrise.
“Ciò che fa il contadino quando il fiume travolge gli argini e invade i campi: bisogna salvare il seme. Quando il fiume sarà rientrato nel suo alveo, la terra riemergerà e il sole l'asciugherà. Se il contadino avrà salvato il seme, potrà gettarlo sulla terra resa ancor più fertile dal limo del fiume, e il seme fruttificherà, e le spighe turgide e dorate daranno agli uomini pane, vita e speranza.
“Bisogna salvare il seme: la fede. Don Camillo, bisogna aiutare chi possiede ancora la fede a mantenerla intatta. Il deserto spirituale si estende ogni giorno di più; ogni giorno nuove anime inaridiscono perché abbandonate dalla fede.
“Ogni giorno di più uomini di molte parole e di nessuna fede distruggono il patrimonio spirituale e la fede degli altri. Uomini d'ogni razza, d'ogni estrazione, d'ogni cultura.”
“Signore” domandò don Camillo: “volete forse dire che il demonio è diventato tanto astuto che riesce, talvolta, a travestirsi perfino da prete?”
“Don Camillo!” lo riproverò sorridendo il Cristo. “Sono appena uscito dai guai del Concilio, vuoi mettermi tu in nuovi guai?”»

Giovannino Guareschi “È di moda il ruggito della pecora”, pubblicato su Oggi n. 45 del 10 novembre 1966, ora compreso in “Don Camillo e don Chichì” (già “Don Camillo e i giovani d'oggi”) ed. BUR Rizzoli, 1996, pgg. 134-137.

Questo dialogo tra il Cristo e un don Camillo che ormai (siamo nel 1966) è quasi spaesato rispetto al “mondo nuovo” che sta irrompendo nella sua piccola società di provincia, è quanto di più commovente, profetico, amaro e pieno di speranza abbia letto in quella bellissima ultima raccolta di racconti del Mondo Piccolo, che Giovannino Guareschi ci ha offerto un paio d'anni prima di morire. Quarant'anni fa, proprio in questi giorni Giovannino scriveva questa novella nella il suo pretaccio di campagna, affronta con dolore la sfrontatezza della nipote “sessantottina”, che si confessa senza pentirsi del proprio peccato (aspetto che per un prete nato e cresciuto con il catechismo di Pio X è intollerabile): il dolore di un uomo che riesce a vedere a quarant'anni di distanza il proprio simile che “si ritroverà esattamente come il bruto delle caverne. Le caverne saranno alti grattacieli pieni di macchine meravigliose, ma lo spirito dell'uomo sarà quello del bruto delle caverne”; il dolore di un uomo che si accorge che i suoi simili si stanno “autodistruggendo” perdendo tutto quello che può sostenerli; il dolore di un uomo che si accorge che il demonio sta diventando sempre più furbo, mascherandosi anche da prete. È un racconto che ha in sé la potenza del grande grido esistenziale, dipinto con i tratti leggeri, chiari, paterni, di tutti i racconti di Guareschi: il grido di un uomo che si sta avvicinando agli ultimi giorni e cerca di guardare il suo Piccolo Mondo, con lo stesso sguardo incantato e commosso di vent'anni prima e si accorge che quel mondo sta piano piano, inesorabilmente autodistruggendosi. E di fronte a tutto ciò, il cuore ferito di Guareschi, fa ciò che il suo cuore semplice gli suggerisce: domanda, chiede, a quel Cristo appeso alla croce che sempre gli è stato presente e l'ha accompagnato per tutta la vita. (per inciso: in quest'ultima raccolta di Guareschi i dialoghi tra don Camillo e il suo Cristo, sono sempre più rari e la voce del Cristo, appare sempre distante, perché don Camillo è fuori dalla Chiesa o perché è il Crocifisso stesso che viene “sfrattato” dallo zelo del prete post-conciliare e cattocomunista don Chichì; mentre in questo racconto la voce del Cristo è vicina e potente, come la sua presenza... tutto ciò non è un caso. Non può esserlo... Scusami Giovannino se ho travisato!). E alla domanda sincera del cuore, il Cristo si commuove e, in uno dei più alti pezzi di letteratura che abbia letto, il Cristo (coscienza di Guareschi) dà a don Camillo e a tutti i cristiani il proprio compito: “Bisogna salvare il seme: la fede. Don Camillo, bisogna aiutare chi possiede ancora la fede a mantenerla intatta. Il deserto spirituale si estende ogni giorno di più; ogni giorno nuove anime inaridiscono perché abbandonate dalla fede”. Cosa c'è di più bello, per descrivere quello che è una Compagnia Cristiana! Questo è lo scopo e il significato di una amicizia cristiana, come è questa Società Chestertoniana di cui faccio parte. Cos'è l'amicizia cristiana se non un luogo che possa aiutare che possiede ancora la fede a mantenerla intatta di fronte al deserto spirituale che avanza? Il nostro caro Gilbert (di cui tra l'altro c'è tutto l'eco anche nelle immagini che Guareschi usa... cfr il riferimento al mondo di pazzi in cui “il cerchio sta per chiudersi e il mondo corre verso la sua rapida autodistruzione”) non ci aiuta forse a mantenere intatto il seme ella nostra nostra fede? 
Questa citazione vuole essere il mio piccolo, modesto contributo a questa esperienza che sta continuando a tenere vivo in me quel seme, nato dall'incontro con la compagnia cristiana. Appena letta questa pagina, ho proprio pensato che questo è lo scopo per cui da tutte le parti di Italia, si è riunito questo strano gruppo di uomini. E questo vuole essere un grazie, per l'opportunità che mi date: l'opportunità di far diventare la mia passione per la letteratura, non solo un mero passatempo “borghese”, ma una reale possibilità per la mia conversione.


Andrea Collina

IL TRAFFICO DEI DIRITTI INSAZIABILI


Ripropongo una mia recensione di un bel libro presentato al Meeting di Rimini nel 2008. Recensione pubblicata sul blog della Società Chestertoniana Italiana nel settembre 2008.
Qui sotto è il libro.


Tra i banchi, le sale, le mostre e gli incontri del Meeting di Comunione e Liberazione di quest’estate, ho avuto la possibilità di incontrare un libricino molto particolare: “Il traffico dei diritti insaziabili” (Edizioni Rubettino a cura del prof. Luca Antonini). Un libretto nel quale sono esposti alcuni commenti e saggi di eminenti giuristi e studiosi del diritto nazionali ed internazionali (da Augusto Barbera, a Paolo Grossi a Mery Ann Glandon, attualmente ambasciatrice USA presso la Santa Sede), su di un tema e una provocazione apparentemente astratta, ma, in realtà, profondamente avvincente nel nostro attuale contesto socio-culturale. “Cosa sono e su cosa si fondono i diritti umani?”,”Può un giudice in nome dei diritti dell’uomo, prendere una decisione contro un uomo?”. Il “caso Englaro” è qualcosa che ormai tutti conoscono. Ma anche nella vita di provincia, lontano dai riflettori delle telecamere, nelle aule dei tribunali che ho l’avventura di frequentare, inizia ad emergere, anche in circostanze meno drammatiche e con minor impatto mediatico, una tendenza chiara, ovvero il manifestarsi delle pretese delle singole persone, solo e quasi esclusivamente come diritti: dal diritto dei nonni a poter vedere regolarmente i nipoti, al diritto dei parenti di disporre del materiale organico del cadavere di un proprio congiunto, al diritto al riposo nelle ore diurne, fino al diritto degli animali a non venire trascurati da un padrone che non può muoversi dal letto, e altro ancora. Una dinamica culturale nella quale ogni interesse, desiderio, pretesa o “voglia”, viene concepita e costruita in termine di diritto e, ancor di più di diritto fondamentale della persona, ovvero come situazione che in maniera assoluta e immediata ha la fondata pretesa di essere tutelata dal potere giuridico espresso sia dai giudici che dai politici attraverso la legislazione. La descrizione delle origini e dello sviluppo di tale dinamica e il giudizio sulla fondatezza o meno della stessa è l’oggetto degli interventi degli autorevoli studiosi che, forse inconsapevolmente, paiono rispondere alla provocazione di Henry de Lubac, riportata nella prefazione dell’on. Luca Volonté: “In realtà non c’è più l’uomo, perché non c’è più nulla che trascenda l’uomo”. E il merito di questi autori è stato sicuramente quello di aver saputo cogliere la provocazione, confrontando le proprie competenze accademiche con una parola spesso bistrattata da chi afferma i diritti insaziabili dell’uomo: la parola “esperienza”. Si può infatti affermare che il filo rosso che lega tutti gli interventi sta proprio in questa dicotomia osservata e denunciata tra l’affermazione astratta dei diritti e ciò che invece suggerisce l’esperienza concreta delle singole persone e, più in generale, di un popolo. E così dallo storico Paolo Grossi apprendiamo che l’origine di tale dinamica è da ritrovare nel XIV secolo, quando governanti e governati hanno scelto di rivoluzionare la propria esperienza storica di popolo, iniziando a costruire il diritto su modelli astratti. Dal filosofo Francesco Gentile scopriamo che le potenzialità dei diritti umani sono state compromesse “con l’inglobamento nel sistema della geometria politico-legale”. Dalla costituzionalista Mary Ann Glandon apprendiamo che gran parte delle Dichiarazioni dei diritti, anche contenute nelle Costituzioni di molti Paesi, partono da una visione “dignitaria” dei diritti che è stata messa in crisi da una visione “libertaria” promossa da gruppi di interesse che sono riusciti ad imporsi tra chi ha redatto tali dichiarazione e proprio per quel principio di astrazione e formalismo storicamente documentato, hanno ridotto i diritti a mere enunciazioni verbali contenute nei documenti redatti dagli stessi, riproponendo il vecchio concetto che può essere considerato diritto solo ciò che è astrattamente codificato, a prescindere dalla reale incidenza dei diritti affermati nell’esperienza concreta di un popolo o di una persona. Da qui il “traffico” o “commercio” dei diritti documentato dal professore americano Paolo Carozza, che sottolinea anche la brutalità degli interessi economici che possono stare dietro alle affermazioni dei diritti insaziabili. Proprio tale denuncia provoca alla riflessione grandi esponenti del mondo accademico (ma anche politico) italiano quali Augusto Barbera, Lorenzo Ornaghi, Rocco Bottiglione, Antonino Spadaro, i quali si pongono tutti il problema del limite da porsi all’insaziabilità dei diritti, che potrebbe essere rappresentato dal principio di ragionevolezza o dall’ammettere la rilevanza di uguali doveri. Considerazioni e riflessioni che poi vengono declinati in singoli ambiti: Lorenza Violini si è occupata di matrimonio e famiglia; Mario Bertolissi di diritti sociali; Mauro Ronco di libertà religiosa e diritto penale; la spagnola Ana Llano Torres di libertà di educazione in Spagna; Umberto Vincenti delle tracce dei diritti umani nel diritto romano. Esperienza contro gli schemi astratti della ragione razionalisticamente intesa. Il ritorno all’esperienza concreta dell’uomo che viene influenzata, ma che in fondo non può essere mai determinata dal potere giuridico del sovrano di turno (sia esso il Principe del passato, o il popolo dei contemporanei sistemi democratici). Qui sta il punto i propositivo di questo libricino che nelle sue 200 paginette apre spunti di giudizio e offre strumenti per dare ragione a quel senso di disagio che casi come quello di Eluana Englaro pongono a chi, anche distrattamente, se ne imbatte. Il ritorno all’esperienza concreta di ogni uomo, come vera possibilità di affermazione della dignità ed intoccabilità dello stesso e come fondamento di ogni tutela dell’ordinamento concreto degli interessi e dei desideri umani. È ciò che propone nell’introduzione del libro il curatore, Luca Antonini, citando Don Giussani e la sua tradizionale, tomistica e rivoluzionaria definizione di “esperienza elementare”: “il complesso di evidenze ed esigenze originali con cui l’uomo proiettato dentro il confronto con tutto quello che esiste”. E citando anche il prof. Giorgio Vittadini il quale afferma, sulla scia della testimonianza di Don Giussani, “Le evidenze ed esigenze di verità, di giustizia, di bellezza esperibili da ogni singolo, sono la radice antropologica dei diritti naturali e offrono la chiave epistemologica per «giudicare» e verificare la validità delle diverse antropologie… L’esperienza elementare è il fattore che accomuna ogni cultura che ponga al centro l’uomo. È quella che un credente chiama «scintilla di Infinito» e che anche un agnostico o un ateo possono definire come «irriducibilità della persona»”.
Andrea Collina

mercoledì 1 luglio 2009

SINODO DIOCESANO E TESTIMONIANZA


DIOCESI DI SAN BENEDETTO DEL TRONTO, RIPATRANSONE MONTALTO
SINODO DIOCESANO
“Che lo Spirito Santo ci riunisca in un solo corpo”

Contributo di Andrea Collina alla Fraternità di Comunione e Liberazione

Desideriamo ringraziarla, Eccellenza, per l’opportunità rappresentata dal Suo invito a mettere “maggiormente a fuoco” il nostro Carisma “perché ogni realtà sia più fedele al dono ricevuto dallo Spirito”. La ringraziamo per la paternità dimostrataci con la Sua richiesta, perché “mettere a fuoco” il nostro carisma, significa per noi, innanzitutto, “ri-centrare” tutta la nostra vita personale, familiare, di amicizia e di impegno sociale, ri-centrando il fattore che più di ogni altro caratterizza la nostra vita. Granzie Eccellenza, per averci permesso di fermarci per un istante nel nostro “ingorgo quotidiano” ed averci dato l’occasione di guardarci in faccia e di dirci esplicitamente chi siamo. “Noi siamo di Cristo”. “Noi siamo della Sua Chiesa”. “E Cristo è di Dio”. Come ci ricorda l’Apostolo Paolo (1Cor 3,23) “Noi siamo di Dio”. Siamo fatti per Dio, per conoscere Dio, ovvero per conoscere la nostra vera gioia.
Guardando soprattutto i fatti che accadono tra noi, Fraternità di Comunione e Liberazione, esperienza di Chiesa “suscitata” dallo Spirito Santo nel carisma di don Luigi Giussani, con stupore ci accorgiamo che la Sua preoccupazione pastorale è - persino nei toni e nelle parole utilizzate - la stessa preoccupazione di tutto il nostro Movimento. Don Julian Carròn, nostro Presidente e successore di don Giussani alla guida di Comunione e Liberazione, dopo aver partecipato come Padre Sinodale e relatore all’Ultimo Sinodo dei Vescovi, in una sua lettera inviata a tutti i membri della Fraternità di Comunione e Liberazione lo scorso 3 novembre 2008, così si rivolgeva a noi: “Oggi siamo chiamati a renderci più consapevoli dello Scopo per cui lo Spirito ha dato un carisma a don Giussani: contribuire, insieme a tutti i battezzati, alla costruzione e al rinnovamento della Chiesa per il bene del mondo... E noi saremmo infedeli alla natura del nostro carisma, se il dono ricevuto non fosse condiviso con tutti, dentro e fuori della Chiesa. Per questo ognuno deve verificare nella sua circostanza come può contribuire al bene della Chiesa... Certamente questo nostro contributo non può essere che secondo la natura del nostro carisma, che ha nella testimonianza la sua espressione compiuta”.

1- Il contributo alla Chiesa: la testimonianza della Scuola di Comunità
Nello stupore di ciò che quotidianamente accade, ci siamo in questi giorni interrogati sul contributo che la Fraternità di Comunione e Liberazione può dare alla nostra Chiesa Diocesana ed abbiamo scoperto, che tale contributo è lo stesso che il Movimento dà quotidianamente alle nostre vite: la possibilità di fare concretamente l’esperienza dell’avvenimento della Presenza di Cristo nelle circostanze della vita. “La modalità con cui il movimento - l’avvenimento cristiano - diventa presente è l’imbattersi in una diversità umana, in una realtà umana diversa, che ci colpisce e ci attrae perché - sotterranenamente, confusamente, oppure chiaramente - corrisponde ad un’attesa costitutiva del nostro essere, alle esigenze fondamentali del cuore umano. L’avvenimento di Cristo diventa presente “ora” in un fenomeno di umanità diversa: un uomo vi si imbatte e vi sorprende un presentimento nuovo di vita, qualcosa che aumenta la sua possibilità di certezza, di positività, di speranza e di utilità nel vivere e lo muove a seguire” (Don Luigi Giussani “Dalla fede il metodo”, intevento Assemblea Responsabili CL 1993, pubblicato in Tracce -Litterae Comunionis, Ottobre 2008 “Qualcosa che viene prima”).
Come ci ha ricordato don Carròn, l’espressione compiuta del nostro carisma è la testimonianza di persone che comunicano la propria umanità diversa, cambiata dall’incontro con Cristo e con la Sua Chiesa. Questa è l’esperienza che - pur nella fatica e nella dimenticanza - ogni giorno riaccade nella nostra esperienza di amicizia cristiana nella Fraternità di Comunione e Liberazione. E questo è l’accento che lo Spirito ci suggerisce come contributo alla Chiesa: il riaccadere di un’esperienza di corrispondenza alle esigenze del cuore, ridestate dall’incontro con persone che testimoniano una diversità umana. “Gesù Cristo, quell’uomo di duemila anni fa, si cela, diventa presente, sotto la tenda, sotto l’aspetto di una umanità diversa. L’incontro, l’impatto, è con una umanità diversa, che ci colpisce perché corrisponde alle esigenze strutturali del cuore più di qualsiasi modalità del nostro pensiero o della nostra fantasia; non ce l’apsettavamo, non ce lo saremmo mai sognato, era impossibile, non è reperibile altrove. La diversità umana in cui Cristo diventa presente sta propriamente nella maggior corrispondenza, nell’impensabile e impensata maggiore corrispondenza di questa umanità in cui ci imbattiamo alle esigenze del cuore - alle esigenze della ragione -.” (Don Luigi Giussani, “Dalla fede il metodo”, cit.).
È proprio nell’impatto con questa diversità umana, questo “modo insolito di guardare le cose solite”, che emergono quelle esigenze costitutive del cuore e della ragione (desiderio di Verità, di Bellezza, di Giustizia, di Amore), che ci fanno muovere nel nostro impegno quotidiano nella vita personale e sociale. Grazie a queste esigenze risvegliate ci accorgiamo che dietro a tutti i nostri bisogni c’è “qualcosa che viene prima”, c’è il primo e più importante bisogno: incontrare e riconoscere Cristo presente oggi. I bisogni dei ragazzi nelle scuole e nella precarietà del lavoro; i bisogni delle famiglie giovani non aperte alla vita, o di famiglie “solide” che vanno in crisi e si “sfasciano”: tutto questo fascio di bisogni e di sfide - che sono le esperienze che quotidianamente affrontiamo - ha la possibilità di essere giudicato, compreso ed abbracciato solo tenendo presente che al fondo di ogni bisogno, c’è il bisogno di Cristo, cioè c’è il bisogno che Colui che è il Significato, l’Amore, la Bellezza della Vita sia sempre presente e sia sempre possibile incontrarlo. Un po’ come San Paolo all’Areopago (At 17, 23) anche noi possiamo affermare e annunciare che ciò che corrisponde profondamente alla nostra natura, l’abbiamo incontrato, come germoglio, nell’incontro con persone che ci hanno comunicato una pienezza di vita, altrimenti sconosciuta.
Lo strumento principale “sistematico e coerente” di questa testimonianza, di questa comunicazione di esperienza di corrispondenza, si chiama Scuola di Comunità. “Come, nell’impatto che sempre si rinnova con una presenza umana diversa, la sorpresa, la speranza e il presentimento che ne nascono e muovono a seguire, possono essere educati, “tratti fuori”?... La “Scuola di Comunità” è lo strumento di sviluppo - come coscienza, come affezione e come istigazione mobilitante nei rapporti - di quel “qualcosa che viene prima”, dell’esperienza di incontro con una realtà umana diversa... Dar ragione delle parole che si usano vuol dire infatti comunicare l’esperienza della corrispondenza tra l’avvenimento di una Presenza e quello che il cuore originalmente attende” (Don Luigi Giussani, “Dalla fede il metodo”, cit.).
La Scuola di Comunità è, dunque, ciò che più di ogni altra manifestazione, fa sorgere la testimonianza cristiana: essa è strumento di testimeonianza, perché è innanzitutto, strumento di educazione del senso religioso che anima ogni persona.
Attraverso la Scuola di Comunità viene condensata, giudicata e proposta tutta la particolare esperienza di Chiesa suscitata da don Giussani: dall’aspetto della testimonianza e della comunicazione dell’esperienza, all’aspetto dell’immedesimazione con il Vangelo e con le Scritture, dall’aspetto del giudizio sulla realtà personale e sociale in cui uno vive, all’aspetto della preghiera. Proprio quest’ultimo aspetto, è forse quello più connaturato nella dinamica della Scuola di Comunità. Infatti, se questa è strumento di educazione della persona alla scoperta delle esigenze fondamentali del cuore, che nascono dai bisogni e si approfondiscono nell’impatto con una Presenza eccezionale, allora il gesto più naturale e connaturale diventa quello della domanda, della preghiera rivolta direttamente a questa Presenza incontrata. “Poiché la Scuola di comunità deve riassumere il fenomeno stesso del movimento nel suo sviluppo, ricordiamoci che non c’è ricerca della verità sul Destino, su Dio, senza preghiera. Pregare, quindi, all’inizio del raduno. Occorre pregare anche durante il raduno, come modalità d’animo in chi domanda e in chi risponde: come posizione di umiltà, lieta e sicura di ciò che porta. La preghiera diventa anche scoperta della necessità del sacramento, nel quale l’avvenimento iniziale ridiventa presenza” (Don Luigi Giussani, “I fattori costitutivi della Scuola di Comunità”, appunti sintetici di una conversazione).
Nella nostra epsrienza diocesana, abbiamo avuto modo di scoprire come il gesto semplice della proposta dell’incontro di Scuola di Comunità nei propri ambiti di vita, stia producendo dei frutti inaspettati di testimonianza e di vera e propria educazione cristiana sia tra i giovani, sia tra gli adulti, facendo fiorire un giudizio nuovo sulla vita e sulla realtà, nonché una trama di rapporti amicali, prima impensabili, fino alla condivisione della vita. Ci rifieriamo, in paricolare a ciò che sta accadenso sia all’interno di alcuni Istituti scolastici superiori della nostra Diocesi, grazie alla semplicità della presenza cristiana di alcuni insegnanti e della libertà del loro rapporto con i propri studenti, sia tra nel rapporto inaspettato e gratuito di adulti impegnati nel mondo del lavoro (imprenditori e professionisti), i quali si ritrovano settimanalmente per approfondire la loro esperienza di vita e professionale grazie al paragone continuo della Scuola di Comunità.
Tali fatti ci fanno ringraziare lo Spirito Santo, per la misteriosa forza della sua azione, che si serve anche di strumenti fragili, quali possono essere le nostre persone, e ci fanno allo stesso tempo gioire per la conferma della verità e della possibilità di educazione e di speranza per tutti, che viene dalla nostra esperienza di Chiesa.

2- Il contributo per il bene del mondo: la testimonianza della Carità
Da questa radice, da questo giudizio di corrispondenza tra le esigenze del proprio cuore e l’esperienza di persone cambiate dall’incontro con la presenza di Cristo, nasce il nostro apporto per quel piccolo pezzo di mondo che incontriamo in Diocesi. “L’avvenimento che la Scuola di Comunità illumina nel suo nesso profondo col cuore diventa inevitabilmente soggetto che agisce sul mondo. Da qui nasce l’opera, perché l’opera non è nient’altro che un Io in rapporto con l’Ideale, che nel suo rapporto con l’Ideale cerca di mobilitare la realtà secondo quell’Ideale, in qualunque situazione si trovi: costruendo una famiglia o aderendo alla vocazione alla verginità, lavorando o visitando i vecchi all’ospizio del proprio quartiere” (Don Luigi Giussani, “Dalla fede il metodo”, cit.).
Da questa nostra esprienza di fede, nella quale tutti i nostri bisogni vengono quotidianamente abbracciati, giudicati e valorizzati, nasce in modo connaturale un’attenzione ai bisogni di tutti, partendo dai più poveri e dai più sofferenti. Da qui, solo da qui sono potute nascere le esperienze della Carità che, in alcuni casi clamorosamente, si stanno sviluppando nella nostra Diocesi. Ci riferiamo alle esperienze del magazzino della Fondazione Banco Alimentare a San Benedetto del Tronto, presso il Centro Agroalimentare e l’esperienza del “Banco di Solidarietà Riviera delle Palme”.
Grazie al lavoro umile e silenzioso dei volontari al magazzino della Fondazione Banco Alimentare vengono sostenuti ben 54 enti caritativi delle province di Ascoli Piceno, Fermo e Macerata (Caritas parrocchiali, conventi, enti di assistenza, case di riposo, ecc.). Si può dire, con la massima umiltà, ma con tutto lo stupore di un fatto imprevisto ed imprevedibile, che tutto il mondo della carità nella nostra Diocesi, giri intorno al magazzino del Banco Alimentare, il quale sta pian piano diventando un luogo di incontro anche delle più diverse esperienze ecclesiali. Basta guardare al numero di volontari, provenienti da tutte le esperienze presenti nella nostra Diocesi (parrocchie, movimenti ecclesiali, associazioni), che ogni anno prestano alcune ore del proprio tempo per la promozione della “Giornata nazionale della Colletta Alimentare”, animando la gran parte dei supermercati della nostra zona, attraverso questo gesto semplice di “educazione del popolo alla carità”, come ebbe a definirlo don Giussani. Un luogo, quindi, il Banco Alimentare, che attraverso la Carità, diventa occasione di manifestare al mondo anche l’Unità della Chiesa, vero e duraturo segno dell’azione dello Spirito. Un’esperienza, quella del magazzino del Banco Alimentare di San Benedetto del Tronto, capace anche di aprirsi al mondo, ponendosi come punto di riferimento per le emergenze nazionali, come è stato in occasione dei tragici fatti del terremoto dell’aprile scorso nel caro e vicino Abruzzo. In tale occasione, infatti, i volontari del Banco Alimentare sono riusciti ad avere dalla Direzione del Centro Agroalimentare di San Benedetto del Tronto, un ulteriore magazzino per lo stoccaggio di 300 tonnellate di derrate alimentari destinate alle popolazioni colpite dal sisma. Già nel proprio motto, il Banco Alimentare unisce la passione per i bisogni degli altri a quel “qualcosa che viene prima”, che è il vero bisogno dell’uomo e di un popolo: “Condividere i bisogni per condividere il senso della vita”. Perché, come ci ricorda ancora don Giussani “per tutta la gente è serio il problema dei soldi, è serio il problema dei figli, è serio il problema dell'uomo e della donna, è serio il problema della salute, è serio il problema politico: tutto è serio eccetto la vita. E cos’è la vita in più della salute, dei soldi, della politica, dell’uomo della e della donna. La vita implica tutto questo, ma con un significato” (Luigi Giussani, “Si può vivere così?”, Rizzoli 2007). È solo in questo umile riconoscimento che ciò che conta non è la risposta immediata al bisogno, ma la scoperta del significato della vita, che è l’Amore (come ci insegna Papa Benedetto XVI nella sua Enciclica “Deus Charitas est”) un’esperienza di carità può essere realmente un punto di apertura e di unità per la Chiesa e per il popolo, invece che un Ente auto-referenziale, mero erogatore di servizi.
Da questa stessa esperienza dei volontari del Banco Alimentare è nata l’iniziativa del “Banco di Solidarietà Riviera delle Palme”. Un luogo di condivisione del bisogno, attraverso il sostegno alimentare, che attualmente sta aiutando 70 persone indigenti del territorio della nostra Diocesi, riuscendo a sostenere, inoltre 10 conventi delle nostre zone. Un’esperienza, anche in questo caso, che intende partire non da un preconcetto desiderio di risolvere il problema dell’indigenza, ma, ben più umilmente, di far compagnia a poveri ed anziani, nella consapevolezza che attraverso questa esperienza è possibile incontrare il Mistero di Cristo che agisce nella maniera più inaspettata e sconvolgente: cambiando i cuori, innanzitutto, di chi compie il gesto di carità ed i cuori di chi viene assistito ed accompagnato, partendo dal proprio bisogno e approfondendo quel bisogno incontrato.
Tutta questa dinamica, ci fa sorprendere ancora di più, se pensiamo alla Tradizione e alla Storia della Chiesa, la storia di come cioè, il Mistero della presenza di Cristo si è comunicato e protratto in duemila anni fino a toccare don Giussani e quindi noi. Ce lo ricorda il Santo Padre Benedetto XVI, portandoci ad esempio l’esperienza dei monaci medievali, ai quali, con tremore e stupore, molte volte ci sentiamo affini. Ci ricorda il Papa nel suo magistrale discorso pronunciato al Collegio dei Bernardini di Parigi, durante il suo viaggio apostolico in Francia il settembre scorso, che i monaci, che hanno di fatto costruito il tessuto sociale e culturale dell’Europa, non avevano l’intenzione di creare nulla. “La loro motivazione era molto più elementare. Il loro obiettivo era quaerere Deum, cercare Dio. Nella confusione dei tempi in cui niente sembrava resistere, essi volevano fare la cosa essenziale: impegnarsi per trovare ciò che vale e permane sempre, trovare la Vita stessa. Erano alla ricerca di Dio. Dalle cose secondarie volevano passare a quelle essenziali, a ciò che, solo, è veramente importante e affidabile… dietro le cose provvisorie cercavano il definitivo” (Benedetto XVI, Discorso al College des Bernardins, 12 settembre 2008). Anche noi, seppur faticosamente e molte volte inconsapevolmente, ci sentiamo spinti dalla stesso desiderio: che Dio si manifesti; che Dio sia presente nelle nostre vite.
L’esperienza della Carità, nella vita delle nostre comunità di Comunione e Liberazione è da sempre caratterizzate da ciò che abbiamo già visto costituire questo nostro tratto caratteristico, di ritorno all’essenziale, al significato della vita. Ci ricorda don Giussani “Quando c'è qualcosa di bello in noi, noi ci sentiamo spinti a comunicarlo agli altri. Quando si vedono altri che stanno peggio di noi, ci sentiamo spinti ad aiutarli in qualcosa di nostro. Tale esigenza è talmente originale, talmente naturale, che è in noi prima ancora che ne siamo coscienti e noi la chiamiamo giustamente legge dell'esistenza… Quanto più noi viviamo questa esigenza e questo dovere, tanto più realizziamo noi stessi; comunicare agli altri ci dà proprio l'esperienza di completare noi stessi. Tanto è vero che, se non riusciamo a dare, ci sentiamo diminuiti. Interessarci degli altri, comunicarci agli altri, ci fa compiere il supremo, anzi unico, dovere della vita, che è realizzare noi stessi, compiere noi stessi… Ma Cristo ci ha fatto capire il perché profondo di tutto ciò svelandoci la legge ultima dell'essere e della vita: la carità. La legge suprema, cioè, del nostro essere è condividere l'essere degli altri, è mettere in comune se stessi” (Luigi Giussani, “Il senso della caritativa”, Milano).

3- Non c’è testimonianza, senza obbedienza.
Tutto il lavoro della testimonianza e della carità, può esserci, come ci ricorda don Giussani, solo se prima c’è l’impatto con un’esperienza oggettiva di corrispondenza; se c’è un rapporto con un’autorità. “L'esperienza dell'autorità sorge in noi come incontro con una persona ricca di coscienza della realtà; così che essa si impone a noi come rivelatrice, ci genera novità, stupore, rispetto. … La funzione educatrice di una vera autorità si configura precisamente come «funzione di coerenza»: una continuità di richiamo ai valori ultimi ed all'impegno della coscienza con essi; un permanente criterio di giudizio su tutta la realtà; una salvaguardia stabile del nesso sempre nuovo tra i mutevoli atteggiamenti … ed il senso ultimo totale della realtà… Una certezza originaria che non potesse continuare a riproporsi nella coerenza di una evoluzione, finirebbe con l'essere sentita astratta, un dato fatalmente subito, ma non vitalmente sviluppato. Senza la compagnia di una vera autorità ogni «ipotesi» rimarrebbe tale, ci sarebbe solo una cristallizzazione, oppure ogni iniziativa successiva rinvierebbe in nulla l'ipotesi originaria.” (Don Luigi Giussani, “Il Rischio Educativo”, Rizzoli, 2006).
Senza il rapporto stabile con il Magistero della Chiesa e con l’Autorità del Papa e del Vescovo, sarebbe impossibile quindi ogni testimonianza. Anche perché, ricordando ancora l’esperienza dei monaci medievali, il Papa ci ricorda: “Quaerere Deum: poiché erano cristiani, questa non era una spedizione in un deserto senza strade, una ricerca verso il buio assoluto. Dio stesso aveva piantato delle segnalazioni di percorso, anzi, aveva spianato una via, e il compito consisteva nel trovarla e seguirla” (Benedetto XVI, “Discorso…” cit.).
Questa è la funzione dell’autorità pastorale del Vescovo: segnalare il percorso al popolo, per farlo camminare entro i margini della strada che Cristo ha indicato: la Tradizione della Chiesa. In questo abbraccio di guida e di padre, ad immagine dell’evangelico “Buon Pastore” desideriamo anche noi, come figli, continuare a camminare. Don Giussani, fin dagli inizi del Movimento negli anni Cinquanta e Sessanta ci ha chiarito che il fattore che rende metodologicamente presente la Chiesa in un ambiente, che quindi ci rende possibile quell’esperienza affascinante di corrispondenza che sopra abbiamo descritto è “Il nesso con l’autorità, cioè con il Vescovo: “Uniti al vescovo come a Cristo”. È questa la forma di ogni vera comunità cristiana, il fattore che ne assicura l’autenticità, la integrazione nel mistero del corpo mistico, e quindi ancora la partecipazione alla potenza redentrice di questo. Coerentemente si può dire che la comunità cristiana in un ambiente costituisce la presenza di Gesù Cristo, e quindi della potenza divina che fa nascere e diffondere il suo regno, nella misura in cui essa è avallata dall’autorità e nella misura in cui essa è fondata sul riferimento dell’autorità, nella misura in cui essa è “missione” ed è vissuta come “missione”. A quel riferimento tutto deve essere interiormente e geneticamente subordinato ed eventualmente sacrificato. È attraverso l’autorità che scaturisce la energia del Mistero; quell’energia non nasce dalla scaltrezza delle nostre concezioni psicologiche e pedagogiche, né dai nostri tentavi sociali”. (Don Luigi Giussani “Appunti di metodo Cristiano”, Milano 1964, ora in “Il cammino al vero è un’esperienza”, Rizzoli 2006).
Per queste ragioni, Eccellenza, ci affidiamo alla Sua paternità, nella consapevolezza che quanto di affascinante e vero sperimentiamo nella nostra amicizia cristiana, nonostante l’incidenza dei nostri limiti e dei nostri peccati, lo dobbiamo all’obbedienza al Magistero della Chiesa e alla Sua Persona.

4- Tre proposte per una condivisione dell’esperienza
Seguendo il Suo invito, dunque, Eccellenza, desideriamo, con senso di umiltà e in spirito di servizio alla Chiesa Diocesana, proporre alcuni spunti di azione, quale contributo della Fraternità di Comunione e Liberazione al rinnovamento della Chiesa Diocesana per il bene del mondo nel campo dell’evangelizzazione e della testimonianza cristiana.

A) Siamo disponibili a proporre a tutte le Parrocchie della Diocesi il lavoro della Scuola di Comunità, come gesto di testimonianza e di educazione alla verità della vita, scoperta nell’incontro con Cristo e la Chiesa, se e nella misura in cui i Parroci siano interessati ad ospitare e a promuovere tale nostra esperienza di fede. In particolare, desidereremmo dedicare tale lavoro ai giovani, con speciale riguardo a quelli che iniziano le Scuole Superiori, ma anche agli adulti che intendano avvicinarsi al nostro approccio alla vita cristiana.

B) Proponiamo alla Diocesi di continuare a sostenere, in tutte le sedi, l’opera del Banco Alimentare, indicandolo come punto di riferimento per tutte le opere di carità presenti sul nostro territorio, sollecitando parrocchie ed enti caritativi ad una maggiore opera di protagonismo e di sollecitazione di iniziative da sviluppare in tale ambito. Proponiamo inoltre di proporre in tutte le parrocchie, il lavoro volontario nell’opera grande di carità del “Banco di Solidarietà Riviera delle Palme”, in quanto non solo esso è luogo di erogazione di servizi a sostegno dei poveri, ma perché esso è vero e proprio luogo di educazione alla Carità e all’amore, come dimensione vera e profonda dell’Essere.

C) Abbiamo sottolineato, quanto sia indispensabile per la nostra esperienza personale di fede, il rapporto continuo con il Magistero della Chiesa e con la persona del Vescovo. La nostro lavoro educativo è vano, se continuamente non siamo noi, per primi educati, condotti, tratti fuori dalle paludi del nostro disinteresse, e condotti sulla strada dell’incontro con Cristo. Per questo, Eccellenza, desideriamo proporre, a Lei personalmente e nella sua responsabilità di Pastore della Chiesa Diocesana, di condurci in un lavoro di confronto e di approfondimento del Magistero dell’attuale Pontefice Benedetto XVI, cogliendo l’occasione della continua e prolifica pubblicazione e diffusione del Suo immenso lavoro teologico e pastorale; sempre nelle modalità e nelle forme che Lei riterrà più opportune. Un’iniziativa, questa che desideriamo coinvolga tutte le esperienze ecclesiali presenti in Diocesi, parrocchie, movimenti, comunità, associazioni cattoliche, e che, soprattutto desideriamo, abbia il suo costante e continuo apporto e sostegno.

Conclusione- Affidamento a Maria ed allo Spirito Santo
La ringraziamo ancora Eccellenza, per la Grazia della Sua Paternità e, in occasione della solenne Festività di Pentecoste, desideriamo, stringerci con Lei, invocando lo Spirito Santo, presenza di Cristo nella nostra vita, insieme a Maria, che don Giussani ci ha insegnato a guardare come “di speranza, fontana vivace” (Dante, Paradiso, XXXIII Canto), affinché possiamo, attraverso Lei, - guardando e imparando dal quel “Si!” che ha permesso al Verbo di farsi carne - sperimentare la dolcezza e la letizia dell’incontro con la diversità umana di Cristo, nella Sua Chiesa.
Veni Sancte Spirtus, Veni per Mariam.

San Benedetto del Tronto, 30 maggio 2009 -Vigilia di Pentecoste
Andrea Collina