
Oggi non è lunedì. E' passata più di una settimana dal precedente blog... In realtà più di un mese... Con la mia inedia... con la mia pigrizia... con la mia disperazione... continuo a pubblicare questa piccola mia speranza... speranza di portare a termine il mio lavoro
Con il Sole in Fronte
Riduzione teatrale del "Il Decimo Clandestino" di Giovannino Guareschi
... SEGUE
I ATTO
Prologo:
All’ingresso, buio e musica: “Voglio vivere così” (Canzone del 1942)
Sul palco si illumina un telo posizionto a tre quarti che, illuminato, fa trasparire in ombra quello che accade dietro. Il telo è sormontato da una tenda, così da apparire, all’occorrenza una grande finestra. Entra in scena Marcella, con indosso un cappotto, una grande valigia in mano e in testa un fazzoletto nero. È appena arrivata da un viaggio. Un viaggio lungo. Il viaggio verso una nuova attività. Verso una nuova vita. Verso la città. Verso un luogo che possa accogliere una giovane ed energica vedova di campagna e i suoi nove figli, venuti su così, dalla spensieratezza di una vita spesa accanto al proprio amato, senza calcoli, senza preconcetti, senza la paura della precarietà dell’esistenza. Nove figli non programmati, non desiderati, ma solo frutti inconsapevoli di un amore consapevole.
La donna si ferma al centro della scena. C’è una panchina di ferro, di quelle da parco cittadino (o, se necessario, un paio di sedie di paglia). Si siede come su una sdraio al mare. Buio. Un occhio di bue la illumina.
Un raggio di sole…
ultimo raggio di sole d’estate…
ultimo ristoro prima del freddo dell’inverno.
Ahh!!!
Scaldami ancora un po’ raggio di sole…
Scalda ancora il gelo della mia solitudine.
Il mio Giacomo non c’è più.
Il mio piccolo, tenero Giacomo, orgoglio e sostegno della mia vita.
Il mio tenero amore. Raggio di sole della mia vita!
(Marcella si alza, e cammina in avanti due o tre passi; poi, guardando il pubblico)
La mia vita, come una finestra.
Una finestra che era aperta al verde abbraccio della Primavera.
Una finestra che ora si chiude per il freddo e il buio dell’Inverno.
Una finestra chiusa. Una finestra che non vuole guardare l’ingiustizia.
(Con fare solenne e sarcastico) “Nove figli e una vedova, non valgono la pena di uno spesato!”
(Pausa. Poi seria e commossa) Nove figli. Nove boccioli di primavera.
1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9…
Boccioli di Primavera spuntati su, dalla terra fertile del mio amore.
Boccioli di Primavera nutriti con le lacrime ed il sudore.
Nove boccioli di Primavera.
(Pausa. Poi riprende con commozione in crescendo) Questo è ciò che mi rimane del mio Giacomo.
Boccioli di Primavera che debbo spiantare dalla terra cattiva
E ripiantare in quella buona… (Pausa, poi quasi con un filo di voce)
Una terra che li accolga…
Una terra che li protegga…
(Pausa. La donna guarda in alto verso la luce che si fa più scura)
Ecco. Le nubi arrivano.
Le nubi del freddo e del gelo.
Le nubi di un inverno chiuso e nero.
Le nubi che oscurano il sole.
(La donna guarda verso il telo trasparente che si illumina facendo filtrare le cose che ci sono dietro in ombra. Si vede una scala. Si vedono delle persone che passano per tutta la sequenza).
E tutto diventa un’ombra.
Ombra le case. Ombra le strade.
Ombra la gente che passa.
Su tutto il reale si stende
un’ombra che vela. Che assopisce.
(Ora in crescendo di emozione) Ma se queste nubi coprono il sole,
il sole ancora c’è.
Se un’ombra vela il sole,
il sole ancora continua a riscaldare. (Pausa. Poi con certezza)
Il calore c’è.
Il sole c’è.
(La certezza che diventa serena tenerezza) Il calore del tuo ricordo, o Giacomo!
Il sole della tua numerosa e tenera eredità.
(Pausa, poi guardando il pubblico e indicando il telo trasparente, dal quale compaiono le sagome di nove piccoli ragazzini)
Un’ombra di dolore mi vela.
Ma queste ombre mi svelano
il calore di una remota speranza.
(Buio)
CONTINUA....
Nessun commento:
Posta un commento