mercoledì 1 luglio 2009

SINODO DIOCESANO E TESTIMONIANZA


DIOCESI DI SAN BENEDETTO DEL TRONTO, RIPATRANSONE MONTALTO
SINODO DIOCESANO
“Che lo Spirito Santo ci riunisca in un solo corpo”

Contributo di Andrea Collina alla Fraternità di Comunione e Liberazione

Desideriamo ringraziarla, Eccellenza, per l’opportunità rappresentata dal Suo invito a mettere “maggiormente a fuoco” il nostro Carisma “perché ogni realtà sia più fedele al dono ricevuto dallo Spirito”. La ringraziamo per la paternità dimostrataci con la Sua richiesta, perché “mettere a fuoco” il nostro carisma, significa per noi, innanzitutto, “ri-centrare” tutta la nostra vita personale, familiare, di amicizia e di impegno sociale, ri-centrando il fattore che più di ogni altro caratterizza la nostra vita. Granzie Eccellenza, per averci permesso di fermarci per un istante nel nostro “ingorgo quotidiano” ed averci dato l’occasione di guardarci in faccia e di dirci esplicitamente chi siamo. “Noi siamo di Cristo”. “Noi siamo della Sua Chiesa”. “E Cristo è di Dio”. Come ci ricorda l’Apostolo Paolo (1Cor 3,23) “Noi siamo di Dio”. Siamo fatti per Dio, per conoscere Dio, ovvero per conoscere la nostra vera gioia.
Guardando soprattutto i fatti che accadono tra noi, Fraternità di Comunione e Liberazione, esperienza di Chiesa “suscitata” dallo Spirito Santo nel carisma di don Luigi Giussani, con stupore ci accorgiamo che la Sua preoccupazione pastorale è - persino nei toni e nelle parole utilizzate - la stessa preoccupazione di tutto il nostro Movimento. Don Julian Carròn, nostro Presidente e successore di don Giussani alla guida di Comunione e Liberazione, dopo aver partecipato come Padre Sinodale e relatore all’Ultimo Sinodo dei Vescovi, in una sua lettera inviata a tutti i membri della Fraternità di Comunione e Liberazione lo scorso 3 novembre 2008, così si rivolgeva a noi: “Oggi siamo chiamati a renderci più consapevoli dello Scopo per cui lo Spirito ha dato un carisma a don Giussani: contribuire, insieme a tutti i battezzati, alla costruzione e al rinnovamento della Chiesa per il bene del mondo... E noi saremmo infedeli alla natura del nostro carisma, se il dono ricevuto non fosse condiviso con tutti, dentro e fuori della Chiesa. Per questo ognuno deve verificare nella sua circostanza come può contribuire al bene della Chiesa... Certamente questo nostro contributo non può essere che secondo la natura del nostro carisma, che ha nella testimonianza la sua espressione compiuta”.

1- Il contributo alla Chiesa: la testimonianza della Scuola di Comunità
Nello stupore di ciò che quotidianamente accade, ci siamo in questi giorni interrogati sul contributo che la Fraternità di Comunione e Liberazione può dare alla nostra Chiesa Diocesana ed abbiamo scoperto, che tale contributo è lo stesso che il Movimento dà quotidianamente alle nostre vite: la possibilità di fare concretamente l’esperienza dell’avvenimento della Presenza di Cristo nelle circostanze della vita. “La modalità con cui il movimento - l’avvenimento cristiano - diventa presente è l’imbattersi in una diversità umana, in una realtà umana diversa, che ci colpisce e ci attrae perché - sotterranenamente, confusamente, oppure chiaramente - corrisponde ad un’attesa costitutiva del nostro essere, alle esigenze fondamentali del cuore umano. L’avvenimento di Cristo diventa presente “ora” in un fenomeno di umanità diversa: un uomo vi si imbatte e vi sorprende un presentimento nuovo di vita, qualcosa che aumenta la sua possibilità di certezza, di positività, di speranza e di utilità nel vivere e lo muove a seguire” (Don Luigi Giussani “Dalla fede il metodo”, intevento Assemblea Responsabili CL 1993, pubblicato in Tracce -Litterae Comunionis, Ottobre 2008 “Qualcosa che viene prima”).
Come ci ha ricordato don Carròn, l’espressione compiuta del nostro carisma è la testimonianza di persone che comunicano la propria umanità diversa, cambiata dall’incontro con Cristo e con la Sua Chiesa. Questa è l’esperienza che - pur nella fatica e nella dimenticanza - ogni giorno riaccade nella nostra esperienza di amicizia cristiana nella Fraternità di Comunione e Liberazione. E questo è l’accento che lo Spirito ci suggerisce come contributo alla Chiesa: il riaccadere di un’esperienza di corrispondenza alle esigenze del cuore, ridestate dall’incontro con persone che testimoniano una diversità umana. “Gesù Cristo, quell’uomo di duemila anni fa, si cela, diventa presente, sotto la tenda, sotto l’aspetto di una umanità diversa. L’incontro, l’impatto, è con una umanità diversa, che ci colpisce perché corrisponde alle esigenze strutturali del cuore più di qualsiasi modalità del nostro pensiero o della nostra fantasia; non ce l’apsettavamo, non ce lo saremmo mai sognato, era impossibile, non è reperibile altrove. La diversità umana in cui Cristo diventa presente sta propriamente nella maggior corrispondenza, nell’impensabile e impensata maggiore corrispondenza di questa umanità in cui ci imbattiamo alle esigenze del cuore - alle esigenze della ragione -.” (Don Luigi Giussani, “Dalla fede il metodo”, cit.).
È proprio nell’impatto con questa diversità umana, questo “modo insolito di guardare le cose solite”, che emergono quelle esigenze costitutive del cuore e della ragione (desiderio di Verità, di Bellezza, di Giustizia, di Amore), che ci fanno muovere nel nostro impegno quotidiano nella vita personale e sociale. Grazie a queste esigenze risvegliate ci accorgiamo che dietro a tutti i nostri bisogni c’è “qualcosa che viene prima”, c’è il primo e più importante bisogno: incontrare e riconoscere Cristo presente oggi. I bisogni dei ragazzi nelle scuole e nella precarietà del lavoro; i bisogni delle famiglie giovani non aperte alla vita, o di famiglie “solide” che vanno in crisi e si “sfasciano”: tutto questo fascio di bisogni e di sfide - che sono le esperienze che quotidianamente affrontiamo - ha la possibilità di essere giudicato, compreso ed abbracciato solo tenendo presente che al fondo di ogni bisogno, c’è il bisogno di Cristo, cioè c’è il bisogno che Colui che è il Significato, l’Amore, la Bellezza della Vita sia sempre presente e sia sempre possibile incontrarlo. Un po’ come San Paolo all’Areopago (At 17, 23) anche noi possiamo affermare e annunciare che ciò che corrisponde profondamente alla nostra natura, l’abbiamo incontrato, come germoglio, nell’incontro con persone che ci hanno comunicato una pienezza di vita, altrimenti sconosciuta.
Lo strumento principale “sistematico e coerente” di questa testimonianza, di questa comunicazione di esperienza di corrispondenza, si chiama Scuola di Comunità. “Come, nell’impatto che sempre si rinnova con una presenza umana diversa, la sorpresa, la speranza e il presentimento che ne nascono e muovono a seguire, possono essere educati, “tratti fuori”?... La “Scuola di Comunità” è lo strumento di sviluppo - come coscienza, come affezione e come istigazione mobilitante nei rapporti - di quel “qualcosa che viene prima”, dell’esperienza di incontro con una realtà umana diversa... Dar ragione delle parole che si usano vuol dire infatti comunicare l’esperienza della corrispondenza tra l’avvenimento di una Presenza e quello che il cuore originalmente attende” (Don Luigi Giussani, “Dalla fede il metodo”, cit.).
La Scuola di Comunità è, dunque, ciò che più di ogni altra manifestazione, fa sorgere la testimonianza cristiana: essa è strumento di testimeonianza, perché è innanzitutto, strumento di educazione del senso religioso che anima ogni persona.
Attraverso la Scuola di Comunità viene condensata, giudicata e proposta tutta la particolare esperienza di Chiesa suscitata da don Giussani: dall’aspetto della testimonianza e della comunicazione dell’esperienza, all’aspetto dell’immedesimazione con il Vangelo e con le Scritture, dall’aspetto del giudizio sulla realtà personale e sociale in cui uno vive, all’aspetto della preghiera. Proprio quest’ultimo aspetto, è forse quello più connaturato nella dinamica della Scuola di Comunità. Infatti, se questa è strumento di educazione della persona alla scoperta delle esigenze fondamentali del cuore, che nascono dai bisogni e si approfondiscono nell’impatto con una Presenza eccezionale, allora il gesto più naturale e connaturale diventa quello della domanda, della preghiera rivolta direttamente a questa Presenza incontrata. “Poiché la Scuola di comunità deve riassumere il fenomeno stesso del movimento nel suo sviluppo, ricordiamoci che non c’è ricerca della verità sul Destino, su Dio, senza preghiera. Pregare, quindi, all’inizio del raduno. Occorre pregare anche durante il raduno, come modalità d’animo in chi domanda e in chi risponde: come posizione di umiltà, lieta e sicura di ciò che porta. La preghiera diventa anche scoperta della necessità del sacramento, nel quale l’avvenimento iniziale ridiventa presenza” (Don Luigi Giussani, “I fattori costitutivi della Scuola di Comunità”, appunti sintetici di una conversazione).
Nella nostra epsrienza diocesana, abbiamo avuto modo di scoprire come il gesto semplice della proposta dell’incontro di Scuola di Comunità nei propri ambiti di vita, stia producendo dei frutti inaspettati di testimonianza e di vera e propria educazione cristiana sia tra i giovani, sia tra gli adulti, facendo fiorire un giudizio nuovo sulla vita e sulla realtà, nonché una trama di rapporti amicali, prima impensabili, fino alla condivisione della vita. Ci rifieriamo, in paricolare a ciò che sta accadenso sia all’interno di alcuni Istituti scolastici superiori della nostra Diocesi, grazie alla semplicità della presenza cristiana di alcuni insegnanti e della libertà del loro rapporto con i propri studenti, sia tra nel rapporto inaspettato e gratuito di adulti impegnati nel mondo del lavoro (imprenditori e professionisti), i quali si ritrovano settimanalmente per approfondire la loro esperienza di vita e professionale grazie al paragone continuo della Scuola di Comunità.
Tali fatti ci fanno ringraziare lo Spirito Santo, per la misteriosa forza della sua azione, che si serve anche di strumenti fragili, quali possono essere le nostre persone, e ci fanno allo stesso tempo gioire per la conferma della verità e della possibilità di educazione e di speranza per tutti, che viene dalla nostra esperienza di Chiesa.

2- Il contributo per il bene del mondo: la testimonianza della Carità
Da questa radice, da questo giudizio di corrispondenza tra le esigenze del proprio cuore e l’esperienza di persone cambiate dall’incontro con la presenza di Cristo, nasce il nostro apporto per quel piccolo pezzo di mondo che incontriamo in Diocesi. “L’avvenimento che la Scuola di Comunità illumina nel suo nesso profondo col cuore diventa inevitabilmente soggetto che agisce sul mondo. Da qui nasce l’opera, perché l’opera non è nient’altro che un Io in rapporto con l’Ideale, che nel suo rapporto con l’Ideale cerca di mobilitare la realtà secondo quell’Ideale, in qualunque situazione si trovi: costruendo una famiglia o aderendo alla vocazione alla verginità, lavorando o visitando i vecchi all’ospizio del proprio quartiere” (Don Luigi Giussani, “Dalla fede il metodo”, cit.).
Da questa nostra esprienza di fede, nella quale tutti i nostri bisogni vengono quotidianamente abbracciati, giudicati e valorizzati, nasce in modo connaturale un’attenzione ai bisogni di tutti, partendo dai più poveri e dai più sofferenti. Da qui, solo da qui sono potute nascere le esperienze della Carità che, in alcuni casi clamorosamente, si stanno sviluppando nella nostra Diocesi. Ci riferiamo alle esperienze del magazzino della Fondazione Banco Alimentare a San Benedetto del Tronto, presso il Centro Agroalimentare e l’esperienza del “Banco di Solidarietà Riviera delle Palme”.
Grazie al lavoro umile e silenzioso dei volontari al magazzino della Fondazione Banco Alimentare vengono sostenuti ben 54 enti caritativi delle province di Ascoli Piceno, Fermo e Macerata (Caritas parrocchiali, conventi, enti di assistenza, case di riposo, ecc.). Si può dire, con la massima umiltà, ma con tutto lo stupore di un fatto imprevisto ed imprevedibile, che tutto il mondo della carità nella nostra Diocesi, giri intorno al magazzino del Banco Alimentare, il quale sta pian piano diventando un luogo di incontro anche delle più diverse esperienze ecclesiali. Basta guardare al numero di volontari, provenienti da tutte le esperienze presenti nella nostra Diocesi (parrocchie, movimenti ecclesiali, associazioni), che ogni anno prestano alcune ore del proprio tempo per la promozione della “Giornata nazionale della Colletta Alimentare”, animando la gran parte dei supermercati della nostra zona, attraverso questo gesto semplice di “educazione del popolo alla carità”, come ebbe a definirlo don Giussani. Un luogo, quindi, il Banco Alimentare, che attraverso la Carità, diventa occasione di manifestare al mondo anche l’Unità della Chiesa, vero e duraturo segno dell’azione dello Spirito. Un’esperienza, quella del magazzino del Banco Alimentare di San Benedetto del Tronto, capace anche di aprirsi al mondo, ponendosi come punto di riferimento per le emergenze nazionali, come è stato in occasione dei tragici fatti del terremoto dell’aprile scorso nel caro e vicino Abruzzo. In tale occasione, infatti, i volontari del Banco Alimentare sono riusciti ad avere dalla Direzione del Centro Agroalimentare di San Benedetto del Tronto, un ulteriore magazzino per lo stoccaggio di 300 tonnellate di derrate alimentari destinate alle popolazioni colpite dal sisma. Già nel proprio motto, il Banco Alimentare unisce la passione per i bisogni degli altri a quel “qualcosa che viene prima”, che è il vero bisogno dell’uomo e di un popolo: “Condividere i bisogni per condividere il senso della vita”. Perché, come ci ricorda ancora don Giussani “per tutta la gente è serio il problema dei soldi, è serio il problema dei figli, è serio il problema dell'uomo e della donna, è serio il problema della salute, è serio il problema politico: tutto è serio eccetto la vita. E cos’è la vita in più della salute, dei soldi, della politica, dell’uomo della e della donna. La vita implica tutto questo, ma con un significato” (Luigi Giussani, “Si può vivere così?”, Rizzoli 2007). È solo in questo umile riconoscimento che ciò che conta non è la risposta immediata al bisogno, ma la scoperta del significato della vita, che è l’Amore (come ci insegna Papa Benedetto XVI nella sua Enciclica “Deus Charitas est”) un’esperienza di carità può essere realmente un punto di apertura e di unità per la Chiesa e per il popolo, invece che un Ente auto-referenziale, mero erogatore di servizi.
Da questa stessa esperienza dei volontari del Banco Alimentare è nata l’iniziativa del “Banco di Solidarietà Riviera delle Palme”. Un luogo di condivisione del bisogno, attraverso il sostegno alimentare, che attualmente sta aiutando 70 persone indigenti del territorio della nostra Diocesi, riuscendo a sostenere, inoltre 10 conventi delle nostre zone. Un’esperienza, anche in questo caso, che intende partire non da un preconcetto desiderio di risolvere il problema dell’indigenza, ma, ben più umilmente, di far compagnia a poveri ed anziani, nella consapevolezza che attraverso questa esperienza è possibile incontrare il Mistero di Cristo che agisce nella maniera più inaspettata e sconvolgente: cambiando i cuori, innanzitutto, di chi compie il gesto di carità ed i cuori di chi viene assistito ed accompagnato, partendo dal proprio bisogno e approfondendo quel bisogno incontrato.
Tutta questa dinamica, ci fa sorprendere ancora di più, se pensiamo alla Tradizione e alla Storia della Chiesa, la storia di come cioè, il Mistero della presenza di Cristo si è comunicato e protratto in duemila anni fino a toccare don Giussani e quindi noi. Ce lo ricorda il Santo Padre Benedetto XVI, portandoci ad esempio l’esperienza dei monaci medievali, ai quali, con tremore e stupore, molte volte ci sentiamo affini. Ci ricorda il Papa nel suo magistrale discorso pronunciato al Collegio dei Bernardini di Parigi, durante il suo viaggio apostolico in Francia il settembre scorso, che i monaci, che hanno di fatto costruito il tessuto sociale e culturale dell’Europa, non avevano l’intenzione di creare nulla. “La loro motivazione era molto più elementare. Il loro obiettivo era quaerere Deum, cercare Dio. Nella confusione dei tempi in cui niente sembrava resistere, essi volevano fare la cosa essenziale: impegnarsi per trovare ciò che vale e permane sempre, trovare la Vita stessa. Erano alla ricerca di Dio. Dalle cose secondarie volevano passare a quelle essenziali, a ciò che, solo, è veramente importante e affidabile… dietro le cose provvisorie cercavano il definitivo” (Benedetto XVI, Discorso al College des Bernardins, 12 settembre 2008). Anche noi, seppur faticosamente e molte volte inconsapevolmente, ci sentiamo spinti dalla stesso desiderio: che Dio si manifesti; che Dio sia presente nelle nostre vite.
L’esperienza della Carità, nella vita delle nostre comunità di Comunione e Liberazione è da sempre caratterizzate da ciò che abbiamo già visto costituire questo nostro tratto caratteristico, di ritorno all’essenziale, al significato della vita. Ci ricorda don Giussani “Quando c'è qualcosa di bello in noi, noi ci sentiamo spinti a comunicarlo agli altri. Quando si vedono altri che stanno peggio di noi, ci sentiamo spinti ad aiutarli in qualcosa di nostro. Tale esigenza è talmente originale, talmente naturale, che è in noi prima ancora che ne siamo coscienti e noi la chiamiamo giustamente legge dell'esistenza… Quanto più noi viviamo questa esigenza e questo dovere, tanto più realizziamo noi stessi; comunicare agli altri ci dà proprio l'esperienza di completare noi stessi. Tanto è vero che, se non riusciamo a dare, ci sentiamo diminuiti. Interessarci degli altri, comunicarci agli altri, ci fa compiere il supremo, anzi unico, dovere della vita, che è realizzare noi stessi, compiere noi stessi… Ma Cristo ci ha fatto capire il perché profondo di tutto ciò svelandoci la legge ultima dell'essere e della vita: la carità. La legge suprema, cioè, del nostro essere è condividere l'essere degli altri, è mettere in comune se stessi” (Luigi Giussani, “Il senso della caritativa”, Milano).

3- Non c’è testimonianza, senza obbedienza.
Tutto il lavoro della testimonianza e della carità, può esserci, come ci ricorda don Giussani, solo se prima c’è l’impatto con un’esperienza oggettiva di corrispondenza; se c’è un rapporto con un’autorità. “L'esperienza dell'autorità sorge in noi come incontro con una persona ricca di coscienza della realtà; così che essa si impone a noi come rivelatrice, ci genera novità, stupore, rispetto. … La funzione educatrice di una vera autorità si configura precisamente come «funzione di coerenza»: una continuità di richiamo ai valori ultimi ed all'impegno della coscienza con essi; un permanente criterio di giudizio su tutta la realtà; una salvaguardia stabile del nesso sempre nuovo tra i mutevoli atteggiamenti … ed il senso ultimo totale della realtà… Una certezza originaria che non potesse continuare a riproporsi nella coerenza di una evoluzione, finirebbe con l'essere sentita astratta, un dato fatalmente subito, ma non vitalmente sviluppato. Senza la compagnia di una vera autorità ogni «ipotesi» rimarrebbe tale, ci sarebbe solo una cristallizzazione, oppure ogni iniziativa successiva rinvierebbe in nulla l'ipotesi originaria.” (Don Luigi Giussani, “Il Rischio Educativo”, Rizzoli, 2006).
Senza il rapporto stabile con il Magistero della Chiesa e con l’Autorità del Papa e del Vescovo, sarebbe impossibile quindi ogni testimonianza. Anche perché, ricordando ancora l’esperienza dei monaci medievali, il Papa ci ricorda: “Quaerere Deum: poiché erano cristiani, questa non era una spedizione in un deserto senza strade, una ricerca verso il buio assoluto. Dio stesso aveva piantato delle segnalazioni di percorso, anzi, aveva spianato una via, e il compito consisteva nel trovarla e seguirla” (Benedetto XVI, “Discorso…” cit.).
Questa è la funzione dell’autorità pastorale del Vescovo: segnalare il percorso al popolo, per farlo camminare entro i margini della strada che Cristo ha indicato: la Tradizione della Chiesa. In questo abbraccio di guida e di padre, ad immagine dell’evangelico “Buon Pastore” desideriamo anche noi, come figli, continuare a camminare. Don Giussani, fin dagli inizi del Movimento negli anni Cinquanta e Sessanta ci ha chiarito che il fattore che rende metodologicamente presente la Chiesa in un ambiente, che quindi ci rende possibile quell’esperienza affascinante di corrispondenza che sopra abbiamo descritto è “Il nesso con l’autorità, cioè con il Vescovo: “Uniti al vescovo come a Cristo”. È questa la forma di ogni vera comunità cristiana, il fattore che ne assicura l’autenticità, la integrazione nel mistero del corpo mistico, e quindi ancora la partecipazione alla potenza redentrice di questo. Coerentemente si può dire che la comunità cristiana in un ambiente costituisce la presenza di Gesù Cristo, e quindi della potenza divina che fa nascere e diffondere il suo regno, nella misura in cui essa è avallata dall’autorità e nella misura in cui essa è fondata sul riferimento dell’autorità, nella misura in cui essa è “missione” ed è vissuta come “missione”. A quel riferimento tutto deve essere interiormente e geneticamente subordinato ed eventualmente sacrificato. È attraverso l’autorità che scaturisce la energia del Mistero; quell’energia non nasce dalla scaltrezza delle nostre concezioni psicologiche e pedagogiche, né dai nostri tentavi sociali”. (Don Luigi Giussani “Appunti di metodo Cristiano”, Milano 1964, ora in “Il cammino al vero è un’esperienza”, Rizzoli 2006).
Per queste ragioni, Eccellenza, ci affidiamo alla Sua paternità, nella consapevolezza che quanto di affascinante e vero sperimentiamo nella nostra amicizia cristiana, nonostante l’incidenza dei nostri limiti e dei nostri peccati, lo dobbiamo all’obbedienza al Magistero della Chiesa e alla Sua Persona.

4- Tre proposte per una condivisione dell’esperienza
Seguendo il Suo invito, dunque, Eccellenza, desideriamo, con senso di umiltà e in spirito di servizio alla Chiesa Diocesana, proporre alcuni spunti di azione, quale contributo della Fraternità di Comunione e Liberazione al rinnovamento della Chiesa Diocesana per il bene del mondo nel campo dell’evangelizzazione e della testimonianza cristiana.

A) Siamo disponibili a proporre a tutte le Parrocchie della Diocesi il lavoro della Scuola di Comunità, come gesto di testimonianza e di educazione alla verità della vita, scoperta nell’incontro con Cristo e la Chiesa, se e nella misura in cui i Parroci siano interessati ad ospitare e a promuovere tale nostra esperienza di fede. In particolare, desidereremmo dedicare tale lavoro ai giovani, con speciale riguardo a quelli che iniziano le Scuole Superiori, ma anche agli adulti che intendano avvicinarsi al nostro approccio alla vita cristiana.

B) Proponiamo alla Diocesi di continuare a sostenere, in tutte le sedi, l’opera del Banco Alimentare, indicandolo come punto di riferimento per tutte le opere di carità presenti sul nostro territorio, sollecitando parrocchie ed enti caritativi ad una maggiore opera di protagonismo e di sollecitazione di iniziative da sviluppare in tale ambito. Proponiamo inoltre di proporre in tutte le parrocchie, il lavoro volontario nell’opera grande di carità del “Banco di Solidarietà Riviera delle Palme”, in quanto non solo esso è luogo di erogazione di servizi a sostegno dei poveri, ma perché esso è vero e proprio luogo di educazione alla Carità e all’amore, come dimensione vera e profonda dell’Essere.

C) Abbiamo sottolineato, quanto sia indispensabile per la nostra esperienza personale di fede, il rapporto continuo con il Magistero della Chiesa e con la persona del Vescovo. La nostro lavoro educativo è vano, se continuamente non siamo noi, per primi educati, condotti, tratti fuori dalle paludi del nostro disinteresse, e condotti sulla strada dell’incontro con Cristo. Per questo, Eccellenza, desideriamo proporre, a Lei personalmente e nella sua responsabilità di Pastore della Chiesa Diocesana, di condurci in un lavoro di confronto e di approfondimento del Magistero dell’attuale Pontefice Benedetto XVI, cogliendo l’occasione della continua e prolifica pubblicazione e diffusione del Suo immenso lavoro teologico e pastorale; sempre nelle modalità e nelle forme che Lei riterrà più opportune. Un’iniziativa, questa che desideriamo coinvolga tutte le esperienze ecclesiali presenti in Diocesi, parrocchie, movimenti, comunità, associazioni cattoliche, e che, soprattutto desideriamo, abbia il suo costante e continuo apporto e sostegno.

Conclusione- Affidamento a Maria ed allo Spirito Santo
La ringraziamo ancora Eccellenza, per la Grazia della Sua Paternità e, in occasione della solenne Festività di Pentecoste, desideriamo, stringerci con Lei, invocando lo Spirito Santo, presenza di Cristo nella nostra vita, insieme a Maria, che don Giussani ci ha insegnato a guardare come “di speranza, fontana vivace” (Dante, Paradiso, XXXIII Canto), affinché possiamo, attraverso Lei, - guardando e imparando dal quel “Si!” che ha permesso al Verbo di farsi carne - sperimentare la dolcezza e la letizia dell’incontro con la diversità umana di Cristo, nella Sua Chiesa.
Veni Sancte Spirtus, Veni per Mariam.

San Benedetto del Tronto, 30 maggio 2009 -Vigilia di Pentecoste
Andrea Collina