lunedì 2 marzo 2009

Sulla dissertazione dell’on. Roberto Benigni, in tema di Amore




Lo scorso lunedì 16 febbraio, nell’immancabile annuale “calderone mediatico” che è il Festival di San Remo, di fronte a quindici milioni di paia di occhi italiani, assonnati e annoiati a guardare la tv in una fredda serata di fine inverno, il grande predicatore laico dei nostri giorni, Roberto Benigni, figlio della migliore tradizione europea e italiana dei predicatori ambulanti che, un po’ giullari e un po’ profeti, già dal medioevo affascinavano i popoli d’Italia, inserendosi prepotentemente, con una parola giudicata universalmente decisiva, in una polemica sulla natura dell’Amore e sul rispetto dell’amore omosessuale, nel tentativo retorico e incalzante di “sponsorizzare”, con la sua alta cultura, la legittimazione storica e culturale dell’amore omosessuale che “esiste da migliaia di anni” e che ha prodotto “grandi esempi di umanità di Bellezza e di Arte“ (cito a memoria), dopo un passaggio drammatico e serioso sulla persecuzione degli omosessuali nei lager nazisti, ha concluso il suo “sermone” con una citazione tratta da una lettera che lo scrittore dandy Oscar Wilde scrisse dal Carcere di Reading, in Inghilterra, nel quale era stato incarcerato e torturato per essere omosessuale, nel quale il grande scrittore inglese (modello della vita giocosa e sprezzante oggi molto di voga), si rivolgeva al suo amato Bosie (al secolo Lord Alfred Douglas) con parole di eterno amore, che la barbarie dell’uomo non poteva mai reprimere anche da dentro il carcere. 
Vorrei evitare, ancora una volta, di essere preso in giro dall’atteggiamento gramsciano della cutura dominante di mistificare qualunque cosa per portare avanti i propri messaggi di cambiamento della società (che in questo caso sarebbe: “l’amore omosessuale è uguale all’amore eterosessuale, anzi, da un certo punto di vista è più puro, più bello, più portato a sentimenti sublimi, poi ognuno la pensa come vuole, ma nessuno e soprattutto la Chiesa Cattolica non può imporre la propria visione del mondo”) e vorrei puntualizzare alcune questioni, rispondendo idealmente alla dissertazione di Roberto Benigni, perché in questo caso, il nostro caro poetico giullare (che io stimo per la sua fedeltà alla sua Tradizione, contadina, cristiana e socialista) ha citato (o ha voluto citare) a sproposito (forse era meglio per lui leggere qualche passo di Dante sul punto…) Oscar Wilde e la sua lettera d’Amore e sull’Amore.
Innanzitutto l’esempio della persecuzione a Wilde, che è stato incarcerato per una legge inglese che solo da pochi anni è stata abrogata, è già un paradosso rispetto al messaggio che (non direttamente Benigni, ma il tutto il mondo hobbistico che gli sta attorno, associazioni omosessuali in testa) ha voluto trasmettere con la citazione. Wilde non è stato imprigionato in un qualche carcere dell’oscura Inquisizione spagnola o romana, o in un qualche convento di oscuri monaci repressivi (anticipatori delle eresie lefevriane); non è stato scomunicato da qualche papa o da qualche vescovo corrotto o incartapecorito. Wilde è stato incarcerato per essere omosessuale, nella moralista, protestante, antipapale e anticattolica Inghilterra di fine XIX secolo. Un paese nel quale proprio negli anni in cui Wilde si trovava e Reading, esportava nel mondo le idee di Darwin, di H.G. Wells, di G. B. Shaw, di Conan Doyle, e reprimeva nel sangue le aspirazioni di libertà dei popoli delle colonie e della colonia “cattolica” d’Irlanda. Un paese, retto e governato secondo i saldi e inderogabili principi della Massoneria, che proprio in quegli anni stava preparando il substrato del sovvertimento dell’ordine europeo, attraverso la scomparsa delle ultime grandi entità sovranazionali basate sul cristianesimo (l’Impero Russo e quello Austro-Ungarico) e la sostituzione con un nuovo ordine delle Nazioni rette dalla Ragione, tutti fatti poi verificatisi con la Prima Guerra Mondiale. Un Paese basato sui principi borghesi del profitto, dell’utilità, del capitale, della riuscita, dell’uomo brillante, nella società e dentro la famiglia. Un Paese che dopo trecento anni di violenta abiura del Cattolicesimo, iniziava proprio negli anni in cui Wilde marciva perché omosessuale in una galera, stava costruendo la contemporanea religione laica che sostituiva ai breviari i giornali quotidiani, alle messe, gli eventi sportivi, alle chiese i musei, insomma tutto ciò che caratterizza l’attuale società che ogni giorno vediamo davanti ai nostri occhi. Quell’Inghilterra imperiale che distruggendo ogni morale basata su Dio, costruiva la sua morale basata sull’uomo. Questa era l’Inghilterra che nel 1897 imprigionò Oscar Wilde, perché omosessuale. La stessa Inghilterra che contro la Chiesa Cattolica stava costruendo le sue Chiese senza Dio che oggi si inchinano alle colte citazioni dell’omosessuale Wilde, dimenticandosi che proprio i loro antenati, e non degli ignoranti, pazzi fanatici nazisti avevano imprigionato il loro idolo gay! 
La lettera citata dall’on. giullare Roberto Benigni, non può non essere lettera alla luce di un’altra lettera scritta dal medesimo Wilde nel 1897 dopo due anni di prigionia a Reading allo stesso amante, alla fine del suo periodo di prigionia, nel quale il beneamato autore, ricostruisce tutta la sua vicenda omosessuale, la giudica, e ne discute con il suo sodale. Nessuno, a parer mio (se non qualche devoto fan di Oscar Wilde), conosce la lettera citata dal Benigni in mondovisione. Tutti conoscono questa lettera, perché questa lettera è pubblicata da 50 anni con un titolo inequivocabile “De profundis”. “Dal profondo”. Sì, perché questa lettera proveniva dal profondo di quell’inferno che era il carcere di Reading, dal profondo dell’anima di Oscar Wilde, che “all’amato” Bosie, si rivela in tutta la sua Verità, in tutta la sua drammatica complessità. È stata citata la prima lettera, di Wilde all’amante come esempio solare, profondo, di un amore omosessuale che si mantiene vivo nonostante la prigionia inflitta da un sistema ingiustamente repressivo. È stata citata, questa lettera come testimonianza di un uomo che non ha paura di rivelare al mondo, nonostante il carcere, il proprio orgoglioso amore omosessuale. È stata citata, questa lettera, come risposta polemica e poeticamente documentata ad una canzonetta del Festival di San Remo che racconta la storia di un ragazzo che dopo esperienze omosessuali, scopre che il vero amore della sua vita è nei confronti di una ragazza e, lucidamente e drammaticamente, ripercorre tutta la sua vita e le ragioni della sua condotta. 
È stato utilizzato Oscar Wilde per dimostrare al mondo che “loro avevano ragione”, mentre quel cantante e ognuno che la pensi diversamente da loro avevano torto. Peccato, che in disaccordo con loro (Benigni, Grillino e compagnia ossequiosamente cantante), fosse lo stesso Oscar Wilde nell’ultima lettera che scrisse all’amante, il De Profundis, appunto. Ecco alcuni passi di tale ultima lettera che dicono “qualcosina” di diverso dal messaggio lanciato da Benigni e che clamorosamente sembra ripercorrere quanto descritto dalla canzoncina tanto aspramente criticata.
“Anche io avevo le mie illusioni. Pensavo che la vita fosse una brillante commedia, e tu uno dei suoi molti eleganti personaggi. Mi accorsi che era una tragedia rivoltanted e repellente, e che la sinistra occasione della grande catastrofe, sinistra nella concentrazione del fine e nell’intensità della forza di volontà, eri tu stesso, spogliato di quella maschera di gioia e di piacere dalla quale, non meno di me, eri stato ingannato e fuorviato”.
“Stanco di essere sulle cime scesi di proposito negli abissi in cerca di nuove sensazioni. Quello che il paradosso era nella mia sfera del pensiero, la perversione lo divenne nella sfera della passione. Il desiderio, alla fine, si trasformò in malattia, o pazzia, o tutt’e due. Non m i curavo più delle vite degli aaltri. Prendevo il piacere da dove mi garbava e passavo oltre. Dimenticai che ogni piccola azione di tutti i giorni fa o disfa il carattere, e che quindi quello che si è fatto nel segreto di una stanza un giorno o l’altro si dovrà gridare a gran voce dal tetto. Cessai di essere Padrone di me stesso. Non ero più Capitano della mia Anima, e non lo sapevo. Permisi a te di dominarmi e a tuo padre di spaventarmi; finii in un orribile disonore. Per me c’è una sola cosa adesso, l’umiltà assoluta: così come c’è una sola cosa per te, nuovamente l’Umiltà assoluta”.
“Tutto ciò che Cristo ci dice con un piccolo ammonimento è che ogni momento dovrebbe essere bello, che l’anima dovrebbe sempre essere pronta per la venuta dello Sposo e sempre attendere la voce dell’Amato... Cristo, attraverso qualche divino istinto che è in lui, sembra aver sempre amato il peccatore come possibile punto di massima vicinanza alla perfezione dell’uomo... Ma in un modo che il mondo ancora non comprende, egli considerava il peccato e la sofferenza belli in se stessi, cose sacre e espressioni della perfezione... Naturalmente il peccatore deve pentirsi. Perché? Semplicemente perché non riuscirebbe a rendersi conto di quello che ha fatto. Il momento del pentimento è il momento dell’iniziazione. E ancor più, è il momento per mezzo del quale si cambia il proprio passato”.
“Ringrazio Dio ogni giorno di avermi dato altri amici diversi da te. Devo loro ogni cosa. Gli stessi libri che ho nella mia cella sono stati pagati da Robbie, con i suoi soldi. Verranno dalla stessa fonte i vestiti per quando sarò rilasciato. Non mi vergogno di accettare una cosa che viene donata dall’amore e dall’affetto. Ne sono orgoglioso. Ma pensi mai a ciò che i miei amici come More Adey, Robbie, Robert Sherard, Frank Harris e Arthur Clifton hanno significato per me nel darmi conforto, aiuto, affetto, comprensione e via dicendo? Credo che non ti sia mai venuto in mente”.
“Una faccia di bronzo è una cosa importante da mostrare al mondo, ma di tanto in tanto, quando sei solo e non hai pubblico devi, suppongo toglierti la maschera, se non altro per respirare. Credo, altrimenti finiresti soffocato”.
“Ricordo, mentre ero seduto sul banco degli imputati, in occasione del mio ultimo processo, di aver ascoltato la spaventosa denuncia che Lockwood fece di me – quasi un passo di Tacito o un brano di Dante, una delle accuse di Savonarola contro i Papi di Roma – e di essermi sentito disgustato per l’orrore di ciò che avevo sentito. All’improvviso mi venne in mente: «Sarebbe bellissimo se fossi io a dire tutte queste cose di me!». Allora compresi di colpo che quello che si dice di un uomo non è nulla; quello che conta è chi lo dice. Il momento più nobile per un uomo è, non ho alcun dubbio, quando si inginocchia nella polvere, si batte il petto e confessa tutti i peccati della propria vita”.
“Tuttavia sono consapevole ora che dietro tutta questa Bellezza, per quanto sia soddisfacente, c’è nascosto qualche Spirito di cui le figure e le forme dipinte non sono che maniere di manifestarsi, ed è con questo Spirito che desidero essere in sintonia. Mi sono stancato delle espressioni articolate degli uomini e delle cose. Il Mistico nell’Arte, il Mistico nella Vita, il Mistico nella Natura: questo è ciò che cerco e posso trovarlo nelle grandi sinfonie della Musica, nell’iniziazione al Dolore, negli abissi del Mare. È assolutamente necessario per me trovarlo da qualche parte”.
“Ciò che è davanti a me è il mio passato. Devo costringermi a guardarlo con occhi diversi, a farlo guardare a Dio con occhi diversi. Questo non posso farlo ignorandolo, sprezzandolo, lodandolo o rinnegandolo. Posso farlo soltanto accettandolo pienamente come una parte inevitabile dell’evoluzione della mia vita e del mio carattere: chinando il capo di fronte a tutti ciò che ho sofferto... E per quanto incompleto, imperfetto io sia, tuttavia tu puoi avere ancora molto da imparare da me. Tu venisti da me per imparare il Piacere della Vita e il Piacere dell’Arte. Forse sono stato scelto per insegnarti qualcosa di più splendido: il significato del Dolore e la sua bellezza. Il Tuo affezionatissimo amico Oscar Wlide”
Per la cronaca il caro amatissimo “Bosie” (Alfred Douglas), non lesse mai tali ultime parole, perché distrusse la lettera dopo aver letto solo poche righe all’inizio. Fortunatamente, il citato amico Ross aveva consegnato a Lord Douglas solo una copia e nel 1909 affidò l’originale della lettera al British Museum, con la condizione che non doveva essere pubblicata prima di 50 anni.
La vicenda giudiziaria di Wilde partita con una denuncia per diffamazione fatta da questi al padre di Lord Alfred, per averlo insultato in un bigliettoni era conclusa con una condanna a due anni di carcere duro per “sodomia”, con conseguente rovina sociale ed economica: i suoi libri scomparvero dalle vetrine, le commedie dai cartelloni, i suoi beni furono venduti all’asta per pagare le spese del processo, i figli furono sottratti dalla sua tutela. Scontata la pena, Wilde dovette riparare in Continente, dapprima sotto lo pseudonimo Sebastian Melmoth. Avendo tentato invano di riprendere l’attività teatrale (un dramma in versi rimase incompiuto), morì di meningite in un albergo di Parigi il 30 novembre 1900. Irlandese di formazione protestante, cresciuto nell’agnosticismo e nel disinteresse, morì dopo essersi convertito in quello stesso 1900 alla Religione Cattolica.
Ma di tutto questo, a Benigni, Grillini, e allo sdegnato mondo dell’attivismo omosessuale, non interessa e non lo dicono. Forse fanno finta di non saperlo o forse proprio nessuno glielo ha mai detto. 
Andrea Collina

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