

Ho letto il consigliatissimo e a quanto pare vendutissimo romanzo del Barcellonese Carlos Zafòn.
Zafòn scrittore barcellonese. Non a caso quest'appellativo perché se c'è un dato che emerge prepotente dalle pagine di questo "book thriller" sono proprio gli odori, gli scorci e le atmosfere della Capitale catalana, che in ogni capitolo fa non solo da sfondo alle azioni del protagonista, ma quasi l'accompagna partecipe dei suoi drammi adolescenziali ed esistenziali. Per chi è stato a Barcellona, o per chi desidera andarci, per chi apprezza la grande Capitale catalana, sicuramente ha potuto gustare molte pagine di questo libro e ha potuto apprezzare questa vera protagonista del Romanzo.
Una città che sorveglia e accompagna con le sue atmosfere, le affannose vicende dei protagonisti nell’arco di più di trent’anni. Che ha assistito all’orrore della Guerra Civile Spagnola, che ha saputo far dimenticare gli orrori e che sa far fremere tra le sue vie, la pulsione di uno spirito libertario che mai si sopisce anche nel retrivo regime franchista che, negli anni scelti per l’ambientazione della traccia principale del romanzo, stava consolidando il proprio sistema di potere “tradizionalista” ultraquarantennale. Una Barcellona, avvincente e affascinanate. Una Barcellona che consacra le sue Ràmblas, il suo Porto, i suoi palazzi signorili della Gran Via. Una Barcellona che si commuove di fronte al Grande Cimitero del Montjuic.
Una Barcellona priva però del suo segno più grande. Priva dell’unico segno che l’ha resa famosa in tutto il mondo. Una Barcellona priva della Sagrada Famiglia, il grandioso tempio espiatorio che – paradossalmente proprio negli anni in cui è ambientato gran parte del romanzo – viveva il suo momento di grande esposizione al mondo, con la conclusione delle prime opere progettate e realizzate dal grande Gaudì e dai suoi successori. Una Barcellona senza la Sagrada Familia. Come una Parigi senza le guglie di Notre Dame o una Londra senza l’Orologio di Westminster.
È una Barcellona, infatti, quella che emerge, dalle pagine del romanzo di Zafòn, che proprio dalla sua tradizione cristiana, cerca silenziosamente di staccarsi. Una tradizione cristiana che, strumentalizzata dall’ideologia franchista, incomincia ad essere invisa dalla popolazione. Ai ritratti dei personaggi di Zafòn capita di indugiare proprio su tali particolari, volti a sottolineare l’aspetto devozionista, gretto, e superficiale della religiosità tradizionale, oppure l’aspetto oppressivo e violento della famiglia tradizionale, in cui pii e devoti mariti, sfogano le proprie frustrazioni su mogli sottomesse e lasciate sole dall’indignato giudizio del “popolino” cristiano. Ed in questo contesto, in cui permane il clichè spagnolo di una cristianità alla fine sempre oscura e un po’ contro l’uomo (giudizio infatti che deve per forza censurare quel capolavoro alla novità e alla gioia cristiana che è la Sagrada Familia!), emergono le figure positive di giovani disinteressati ed un po’ nichilisti, che inseguono il Bello e l’Amore senza troppe domande; adolescenti già maturi per affrontare con gli adulti le circostanze della vita (sia esso un mistero bibliografico, che un’esperienza sessuale); oppure emerge l’umana simpatia di un vecchio anarchico miscredente, che come tutti gli anarchici utilizza tutta la realtà per affermare il proprio brioso e smisurato io; oppure emerge – sommessamente, ma prepotentemente – un altro tipo di umanità e di religiosità: una religiosità laica, che si nutre della sapienza dei Libri. Di tutti i Libri. Di ogni Libro, che vale la pena di salvare di fronte alla pazzia dell’uomo e all’ignoranza del regime tradizional-franchista. Un culto del libro e del romanziere. Un passione per la cultura che deve essere conservata e salvata ad ogni costo, perché è l’unico strumento di liberazione dell’uomo dalle catene dell’oppressione tradizionalista. Il libro come strumento “magico”, capace non solo di descrivere un autore, ma di generare esso stessa una vita nel lettore.
È proprio in questo intreccio a spirale tra vita dell’autore e vita del protagonista – nel quale nasce spontaneo il pensiero che lo stesso Zafòn abbia intenzione di far rivivere nel lettore la stessa esperienza che sta leggendo –, questa vita vera che nasce dalla vita scritta sulle pagine di un libro, sta il messaggio affascinante del romanzo. Un fascino che però, lascia un tratto di inquietudine. Un tratto finale di amarezza. La religione dei Libri, che sostituisce la religione della Tradizione, la religione del Popolo. Una religione del Libri che ha i suoi sacerdoti (I Librai), ha i suoi cimiteri (Il Cimitero dei Libri Dimenticati, immagine speculare del più volte richiamato Cimitero del Montjuic), che ha i suoi profeti avventurosi (Juliàn Carax) e i suoi discepoli affascinati (Daniel e Beatriz). Un intreccio e una spirale, nel quale continuamente (anche nella tecnica di scrittura che non ha nulla da invidiare con Dan Brown e gli sceneggiatori migliori di Hollywood), racconto e vita dei protagonisti si intrecciano. Una dinamica a spirale che (anche con una evidente forzatura finale...), fa terminare l’azione dei protagonisti, là dove l’azione iniziale dell’autore era incominciata e fa terminare il racconto esattamente là dove era iniziato: al Cimitero dei Libri Dimenticati, con un padre e un figlio, mano nella mano.
Ma, a parte le elucubrazioni di cui sopra, il miglior commento al romanzo di Zafòn mi sembra fornirlo con alcune pagine di un libro, che ho letto in contemporanea con questo. Una storia che ho scoperto avere molti punti di contatto con l’Ombra del vento. “Il Libraio” di Michael D. O’Brien, il canadese ("redivivo Benson"), autore di quel meraviglioso ed inquietante romanzo apocalittico che è “Il Nemico”.
Una storia che ho scoperto (il caso o di più un piccolo disegno divino!) ha come ambientazione anche qui la bottega di un Libraio negli anni Quaranta. Non nella appena pacificata e misteriosa Barcellona, ma nella Varsavia assediata e distrutta della Seconda Guerra Mondiale. Continuando nella lettura mi sono accorto poi, che anche un altro tema accomuna questa storia al romanzo di Zafòn. L’amore per i libri. Il valore dei libri e della vita che essi portano. Il valore della parola. Il valore della cultura, quando questa viene minacciata. Ma, ancora più in profondità il valore o il disvalore che può venire veicolato dalle pagine di un libro. E ancora di più il giudizio che bisogna dare su di un libro. O ancora su quale criterio basare la scelta di un libro da leggere e da proporre
Vi invito pertanto alla lettura di queste pagine che ho trascritto dal Romanzo di O’Brien, perché sono convinto che può gettare un sasso in uno stagno. E può far approfondire il giudizio su ciò che emerge dal romanzo di Zafòn.
Da “Il Libraio” di Michael D. O’Brien
"Indicando la pila più grande, Pawel fece: «La chiami “i confini”: perché quel nome?»
«È il territorio che corre tra i poli della saggezza e della follia», rispose seriamente David.
Aveva collocato Shakespeare, Thomas Mann e Sigrid Undset in un sottogruppo della pila, definendolo (con un veloce sorriso) «la casa dei Gentili giusti»; mentre Sigmund Freud, un ebreo, l’aveva posto nel gruppo denominato «la casa degli sciocchi astuti». Aveva anche denominato un gruppo più piccolo «la casa del sitra ahra». (Sitra ahra è nella tradizione rabbinica tutto ciò che viene dal regno del Maligno da Satana Nd.R.)
Pawel si inginocchiò ad esaminare i libri sotto questa categoria: su di essi non sapeva pressoché niente. Si trattava perlopiù di spiritualità e teorie psicologiche.
«Come fai ad essere così sicuro che vengano dall’altra parte?», domandò Pawel.
«Ci sono dybbuk all’opera in quegli scritti».
«Che cos’è un dybbuk?».
«Uno spirito maligno».
«Devi stare attento nell’affermare che uno spirito maligno stia influenzando un uomo solamente perché non concordi con le sue idee. Magari in quelle sue idee si può scovare del vero».
«Sì, lo si potrebbe. Uno non offre un dono mortale al proprio nemico avvolto in una confezione con su scritto menzogna, veleno, inganno. Uno avvolge il dono mortale in una confezione attraente, su cui leggi amore, pace, unità».
Pawel estrasse uno dei libri e si mise a sfogliarlo. Attratto da alcune ricghe, si fermò a leggere una pagina, eppoi un’altra.
«Il tuo sguardo è turbato Pan Tarnowski. Che cos’è?».
«Una poesia».
Pawel lesse in silenzio tutto il testo.
«Puoi declamarla per me?» chiese il ragazzo.
«Non sono sicuro che l’apprezzeresti. È come guardare una palude, i suoi simboli sono confusi».
«In che modo?».
«L’autore dice che nell’esistenza sono presenti due forze primarie ed entrambe sono demoni-dei, gli Alberi della Vita e Eros – ed entrambi una commistione di bene e male. Chiama l’Albero della Vita «Colui che cresce», mentre Eros «Colui che arde». Eros ha forma di fuoco, getta luce consumando, distruggendo. Bene e male sono uniti nella sua fiamma. Bene e male sono uniti nell’Albero della Vita nel processo di crescita».
Il volto di David si contorse di disgusto.
«Non c’è che un Albero della Vita» esclamò «la Torah! In essa non c’è male.».
«A quanto pare l’autore non è del tuo stesso parere. Sembra affermare che non troveremo la felicità finché l’albero della vita e l’albero della conoscenza del bene e del male non saranno integrati in noi».
«Il male integrato in noi? Questo è ridicolo!».
«C’è dell’altro: un inno a un qualche essere soprannaturale».
Quando Pawel ebbe finito la sua lettura silenziosa, alzò lo sguardo.
«Costui crede che il dio più eccelso contenga nella sua divinità sia Geova sia Satana in egual misura...».
David si coprì le orecchie. «Basta! È un abominio. Non posso sopportare!».
«Sì, certo; hai ragione, è davvero un’idea orribile, ma è solo una poesia».
Il ragazzo espirò.
«Le parole hanno potere» disse intensamente. «Possiedono una vita propria; spostano la bilancia del mondo»..
Pawel rifletté su questo, perso a fantasticare per qualche istante.
«Sei un giovane uomo davvero insolito».
David lo fissò perplesso. Accigliatosi indicò la pila. Parlando lentamente disse: «Pensi così solamente perché so fiutare un veleno? Naturalmente non so molto dei disegni dei dybbuk, ma quest’uomo desidera abolire le distinzioni tra bene e male. Ritiene egli che essi siano le immagini riflesse di qualche ultimo potere divino?»
«Parrebbe di sì».
«Pan Tarnowski, questa è un’idea che ha la sua origine nell’altro lato. A loro piacerebbe farci credere ciò così da facilitargli il lavoro».
«Il lavoro?»
«Distruggerebbero in noi quel che rimane della somiglianza col Tutto-Santo, che perdemmo con la caduta dei nostri progenitori. Quest’autore desidererebbe rovesciare la Caduta dell’Uomo? Non succederà». A questo punto David Schäfer additò la pila del sitra ahra con l’autorità di un rabbino: “È verso una nuova Caduta dell’Uomo che ci condurrebbero costoro».
«Ad ascoltare simili pensieri dalla tua bocca è come se sentissi l’anima di un uomo anziano parlare dalle labbra di un bambino». pagg. 150-152
....
"Lo sguardo di David – serio, riflessivo, compassionevole – era fisso sugli occhi di Pawel.
Pawel inspirò all’improvviso e si raddrizzò. Schiarendosi la gola, batté l’indice sulla Cabala.
«Dicevi che l’hai letto?».
«Sì» annuì David. «È un peccato per il quale provo molta vergogna. Mio padre mi proibì di leggerlo, ma io lo feci in segreto, perché ero sedotto dal suo fascino. È stato un atto di disobbedienza. Avrei semplicemente dovuto credere a mio padre, perché scoprii che aveva ragione, e adesso nella mia mente ci sono certe immagini e parole che non mi piacciono. Bisogna che lotti contro di esse, soprattutto quando sono molto affaticato. In momenti simili sono vulnerabile alla paura».
«Dicevi che vi si trova della saggezza».
«Vi è del buono, ma anche le seduzioni del nemico. Racchiude veleno avvolto nell’attraente confezione del misticismo».
«Credi dunque che ci siano un misticismo buono ed uno cattivo?».
«Sì, naturalmente».
«E che succede se il cattivo misticismo viene avvolto in un bello stile?»
«La risposta è ovvia» rispose con un’alzata di spalle. «Si tratterebbe del veleno più pericoloso di tutti».
«Come possiamo conoscere qual è dei due?».
«Non penso sia tutto un caso di conoscenza: ci sono certi segni nel testo, e questo è dominio della conoscenza; ma più importante ancora, dobbiamo pregare di avere la sapienza, che è dominio dello spirito».
«Non smetti mai di stupirmi» disse Pawel, scuotendo il capo.
«Anch’io, Pan Tarnowski, sono sempre sorpreso da te». David fece una pausa: «Non ti capisco. Perdonami se te lo dico«.
«Sono io sitra ahra?»
David aveva l’aria confusa.
«Certo che no. Perché mi fai una domanda simile?»
«Non so bene perché l’ho chiesto».
«Non è uno dei vostri commentatori a dire che “tutti gli uomini hanno peccato e rapidamente sono caduti dalla gloria dell’Altissimo”? Questo detto è vetro. Anch’io ho peccato di disobbedienza, sebbene – siano rese grazie al Tutto-Santo – sono stato preservato da altre azioni nelle quali l’umanità cade sovente».
Disse questo candidamente, senza compiacimento.
«Eppure sono come qualsiasi altro uomo» aggiunse. «Potrei compiere quelle cose».
Rifletterono su questo senza ulteriori commenti; più tardi salirono sopra e David gli mostrò la selezione del giorno.
«Che faremo col cattivo misticismo?» domandò Pawel.
«Lo chiedi a me? Quei libri sono tuoi».
«Pensavo che potessi avere qualche suggerimento».
«Ritengo che dovremmo bruciarli assieme agli altri di questa pila».
«Stiamo diventando come i nazisti?».
«Loro bruciano i libri perché odiano la verità. Noi distruggiamo un libro perché amiamo la verità. Ma questo solo dopo riflessione giudiziosa, solo quando risultasse chiaro che il libro contiene un veleno mortale».
«Non sono sicuro che tu mi abbia convinto» fece Pawel.
«Un libro è una parola detta nella creazione. Il suo messaggio esce per il mondo, non lo si può riportare indietro».
«Eppure ogni libro compie una qualche opera no? Qualcuno un’opera grande e altri invece una più piccola; ad alcuni male, ad altri bene e così via. Compiono tutti un lavoro, ed è così che cresce la civiltà».
«Ma se un libro è una parola falsa, essa è seme di distruzione all’interno della civiltà. È sbagliato porre fine alla sua opera?».
«Dimmi, David Schäfer, pensi che dovremmo bruciare l’autobiografia di Hitler?».
«Questa è una domanda difficile. Credo che forse la si dovrebbe conservare, giacché in futuro bisognerà capire perché i nostri tempi furono quello che sono».
«E che ne è della Cabala? Non ha niente da insegnarci della vita ebraica? Se cominciamo a bruciare tutti i libri che contengono alcune cose non vere, non smetteremmo mai di bruciare».
«Quel che dici non è falso, e magari in un mondo laddove la gente desiderasse la verità, sarebbe possibile leggere queste cose e non essere da loro condotti nelle tenebre; ma noi viviamo in un tempo che ha smarrito la ragione. Dovremmo dare loro del veleno nelle condizioni in cui sono?».
«Mettiamo via dunque questi libri per un periodo migliore della storia» disse Pawel.
«Certi li distruggerei comunque. Possono far ammalare l’anima in qualsiasi epoca».
Era una notte particolarmente fredda, col vento che soffiava aspro da nord-est. Presero una bracciata di materiale giù nella caldaia e gettarono alcuni volumi tra i carboni accesi.
«Sono un libraio» borbottò Pawel a disagio. «È il mio lavoro salvare i libri».
«Posso apportare una correzione, Pan Tarnowski?» disse umilmente il ragazzo.
«D’accordo, apporta la tua correzione».
«Se posso così dire, il tuo lavoro è salvare la verità. Se tu fossi mai stato tormentato da dybbuks, non esiteresti a bruciare questi. Ho incontrato persone dalle menti infrante e le anime infestate che avevano pensato di poter giocare con siffatte materie e rimanere incolumi. Non possiamo pensare a queste fiamme come ad un modo di trarre il bene dal male? Questi libri servono il nemico, attraggono le anime nell’oscurità. Noi li abbiamo posti ad un servizio migliore. Per un po’ daranno calore a coloro che ricercano la saggezza tra i tuoi scaffali».
Pawel lampeggiò un’occhiata al ragazzo: «Punto per te» mormorò". Pagg. 280-283”
Cosa si può aggiungere a ciò, se non tutta una serie di domande che mi propongo e vi propongo per uno spunto di lavoro.
È giusto bruciare un libro?
È giusto scegliere e farsi guidare dalla propria tradizione nella scelta di una lettura o è più vero aprirsi ed aprire le proprie conoscenza ad ogni tipo di lettura?
Come si chiede David «Ma se un libro è una parola falsa, essa è seme di distruzione all’interno della civiltà. È sbagliato porre fine alla sua opera?»
Nel romanzo di Zafòn, viene veicolato un messaggio vero sull’uomo, sulla sua condizione e sulla sua storia?
In base a cosa giudichiamo ciò che è vero e ciò che è falso?
C’è stata un’epoca in cui uomini di Chiesa hanno incominciato a bruciare libri ritenuti indegni della formazione cristiana (in realtà pochi casi e in maniera esemplificativa, senza distruggere completamente copie dei libri bruciati, ma solo come monito che la dottrina contenuta in quei libri non era conforme all’ortodossia cristiana). Ma c’è stata un’altra epoca, anche più oscura, in cui soltanto gli uomini di Chiesa (monaci e religiosi) salvavano dalla distruzione libri (anche pericolosi per la formazione cristiana) e hanno permesso che la cultura antica fosse ricordata e che fiorisse anche un nuovo tipo di cultura (umanesimo). Quale posizione è più giusta di fronte alla trasmissione della cultura e al proliferare di testi che hanno come obiettivo dichiarato o comunque indiretto il porre discredito sulla tradizione della Chiesa Cattolica e sulla sua posizione nella vita?
Andrea Collina
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